31/07/2003
Piove, improvvisamente, quando le agenzie battono la notizia della morte di Crepax. Risplende il sole, quando mezz'ora dopo una mail mi ricorda che Valentina e' alla vigilia del suo ritorno in Italia. L'accompagnera' il mio figlioccio Johannes, e peccato che lui abbia gia' 19 anni e lei nemmeno 8, perche' se vedi i tipi pensi che avrebbero fatto una bella coppia, in altre condizioni. Valentina si chiama mia figlia, il suo nome non dipende da Crepax, il suo viso non e' quello di Louise Brooks, ma - sono sicuro - per qualche giorno della sua vita anche lei si trovera' dentro la grazia leggera di una favola.
31/07/2003
Mentre non riesco a contare le vostre cortesi risposte, tante se ne accumulano, rinnovo l'appello di cui sotto. E per chi rimuginasse che certe cose di casa non sono cosi' importanti, trascrivo la dedica che il professor Alberto Abruzzese fa, ad imperitura memoria, nel suo luminoso saggio Lo splendore della TV. Origini e destino del linguaggio audiovisivo, *A Pasqualino, un gatto che per me significa qualcosa d'altro.*
Comprendete dunque quanto mi sia urgente recuperare i resti di Tapiro, Isacco & C.
"Tapiro il fachiro" faceva cosi': Tapi-i-ro il fachiiroo / ave-e-va un amiicoo / il ve-e-cchio serpentee / che dorme nel cestiiiiiino (voce nasale ugulata alla Khaled, musica sinuosa arabeggiante malgrado il soggetto, sul disco che girava si vedeva la sequenza di un cobra che esce dal cestino di un Tapiro flautista, e poi succede qualcosa che mannaggia non ricordo piu', come non ricordo il resto del testo). Aiutatemi a ritrovarlo, e' un documento importante.
Vi prego, sioressiori, di prestare ora un po' di attenzione. un momento di silenzio, per favore, ascoltate. Parlo seriamente. E' un appello, questo. Cerco da tempo quei dischi in vinile bianco con le animazioni colorate, che erano allegati a qualcosa tipo formaggini o detersivi. Contenevano canzoni fantastiche, all'avanguardia, impareggiabili, capolavori dada assoluti come: Isacco cosacco bislacco, Tapiro il fachiro, L'avaro di Pozzolo Formigaro, e altre che ora mi sfuggono. Spero che i più sensibili e meno rimbambiti tra voi mi possano aiutare, e se non basta la solidarietà tra gli -anta sono disposto a ricambiare con bootlegs del grande mimmo modugno, dell'orchestra tagliavini, con una gabriella ferri introvabile, con la comproprietà di mia sorella, quello che volete. Fatemi sapere. Ripeto, ci tengo davvero.
30/07/2003
Quel palazzo di viale mazzini e' stato fatto con l'asbesto, cioe' con l'amianto, come il palazzo del governo ddr nella berlino pre-unificazione, come i vecchi vagoni dei treni. Siccome l'amianto e' cancerogeno, hanno distrutto i vagoni e i saloni di honecker. Quel palazzo di viale mazzini, no. Non solo e' ancora in piedi: sembra che nessuno abbia la minima intenzione di modificarlo, migliorarlo, men che mai di eliminarlo. E' accertata e risaputa la sua alta pericolosita'. Per chi lo frequenta all'interno, e per chi lo circonda. Eppure, passeggiando nei dintorni, l'unico segno di inquietudine o vago malessere si riscontra in un cavallo scolpito da un noto artista. Ma poiche' quella e' arte e non allevamento animale, nessuno del branco si preoccupa, e qualcuno ammira la tensione plastica del bronzo. Oggi la maggiore autorita' ufficialmente responsabile delle cose di quel palazzo ha ufficiosamente fatto sapere alle voci di corridoio che sta preparando le valigie, non solo per le ferie, e non per motivi di salute. Se ne andra' presto, come se ne ando' un de bortoli, senza troppo opporsi con i se e con i ma. Il palazzo restera', li', come prima, sereno, pigro, immobile, indifferente, con tutto l'amianto catalizzatore di carcinomi e istosociopatologie che aveva prima, che ha sempre avuto da quando e' sorto, che avra' fin quando un qualche terremoto o un magnate venuto da fuori non se lo magnera'.
Giri l'angolo di via col di lana, e le migliori intenzioni verso un piu' leggero futuro si frantumano contro il faccione sazio di lino banfi, stravaccato al tavolino piu' visibile di vanni. Non e' il piu' antipatico, ma non sopporto quello sguardo compiacente e compiaciuto del sorriso di riconoscimento che gli tributa ogni passante. Lo guardo in faccia - perche' in fondo sta tra i coglioni del mio marciapiede - giusto il tempo e il modo con cui guarderei un perfetto sconosciuto, e vado oltre sperando che il passante successivo sia uzbeko, chissa' che la sicumera banfia non cominci a vacillare.
Oltre, girato l'angolo di via pasubio, ecco t'appare un bizio del noce versione prespiaggia in polo di raso biancattillata, proveniente in senso contrario al tuo, stesso ghignetto tusaichisono-io del banfi. Si e' costretti ad entrare in apnea, tale e tanto e' il suo deodorante francese, e le migliori residue intenzioni si nebulizzano disperdendosi nella sua scia profumata. Andassero tutti a farsi fottere, una volta per sempre pero'.
30/07/2003
Diciamoci la verita', da al ad al: dopodomani il maggiore comune denominatore sara' l'euforia di inizio ferie. E noi faremo parte della minoranza, come a.l. solito.
Ho prugne a quintali che stanno maturando in accelerazione nel mio giardino in affitto, sferiche e oblunghe (cosce di monaca). Molti rami si sono rotti, per il peso. Vorrei distillare quelle che cadono a terra, e fare riserve di marmellate e crostate col resto. Per ora non ho il tempo nemmeno di imparare, intanto ne tiro parecchie miste a sassi e altri oggetti contro il cane del vicino - certo Alfideo Giorgetti, il vicino - quando abbaia di notte sotto la mia finestra aperta. Cosi' che non posso chiedere alla moglie del vicino i suoi antichi trucchi per fare grappe e composte.
Pescato in extremis da un'edicola il milo manara di repubblica, scorpacciata in treno-bus. purtroppo in bianconero. Sempre le migliori linee femminili del fumetto italico, buone battute qua e la', ma c'e' tutto quel manara di maniera appiccicoso che rovina il manara salato. Piu' alogeno, meno allucinogeno vorrei dirgli.
pizza ricotta oreste bum. souvenirs, ça suffit. la prova d'orchestra di stanotte, con gli effetti speciali splinder e la demo di forza che ha cancellato/resuscitato a capriccio mesi interi, avrà pure un senso. ricordi in tasca, si ritorni al futuro, avanti tutta, avanti c'è post
29/07/2003
old, sweet hurligans
Che fine avra' fatto lo sfasciacarrozze ebbro della Valle dell'Inferno? E il frullatore Girmi, a due velocita' (c'era scritto I e II, cosi' imparai i primi numeri romani)? La collezione di francobolli (España scritto sopra il profilo di Franco in tutti i colori, e imparai l'accento circonflesso e una facciadipescelesso)? L'amuleto di legno colorato pegno del primo amore? Mi piacerebbe riparlarne oggi, con lei. Che fine avra' fatto quel tipo, si stara' chiedendo. Sicuro. Anch'io un paio di volte me lo sono chiesto, che fine ha fatto.
I giochi migliori erano quelli di gruppo, specialmente se il gruppo poteva accanirsi su bersagli identificati come nemici. Non c'era bisogno di farci un torto, per essere nostro nemico bastava essere una sfida potenziale. Come i pannelli dei citofoni in alluminio anodizzato. O meglio ancora, quelli presuntuosi coi tasti dorati. Dagli interruttori elettrici (quelli quadrati di plastica bianca col grilletto concavo, che facevano un bel "clic" tondo, e scintillante di notte) ai campanelli condominiali il passo era breve, si cadeva subito nell'assuefazione, fino al delirio dei citofoni del quartiere.
Ancora c'erano molti Feroci Portieri inseguitori, solo qualcuno era buono con noi, nella nostra via. Ora non ce ne sono piu'. Certo che quelle bande di ragazzini sadici non ne favorirono la longevita'. Ce n'era uno in particolare: Romano. Se ne stava chiuso tutto il giorno in un gabbiotto, in un cortile allo snodo tra i portoni di tre condominiii. Lo provocavamo, per farlo uscire, per farci inseguire. Era un tipo irascibile, si incazzava seriamente, e quando beccava qualcuno erano botte vere. Lo circondavamo, tenendoci a distanza: - Romaaaanoooo... ROMA'!!! A RomanO! Che fai Roma'?!? RO-MA-NO, RO-MA-NO, ... Roma' che fai, che ciai in mano?! - finche' non usciva come una belva, a mani nude o armato di manico di scopa, e allora scattava il via, il fuggifuggi a ventaglio.
Se prima che rientrasse in guardiola uno di noi riusciva a pestare tutti e tre i pianoforti dei citofoni della sua consolle, la missione era compiuta.
29/07/2003
L'Anagrafe si trova in un posto magnifico: tra la zona archeologica, il centro storico, e il fiume che scorre. Occupa un grande palazzone triste di stile fascista, in tono con l'aplomb burocratico e con le piogge invernali. Questa mattina sono riuscito ad introdurmi nel seminterrato, in cui riposa lo schedario anagrafico cartaceo (sac). Prima della rivoluzione informatica erano solo li' i cazzacci dei romani, in quelle sale enormi, lunghe e larghe invase da schedari, inventarii, faldoni, fascicoliiii. Ora c'e' anche l'archivio elettronico, ma per il momento contiene solo quelli che sono riusciti ad andarsene dopo il 1983, e sorvolando sui dettagli - qualifiche, trasferimenti, cause di decesso -. Il resto lo trovi solo la', tra il Tevere e la Bocca della Verita'. Il popolo romano che fu, liofilizzato in schede gialline scritte a china, con grafia tanto piu' svolazzante e accurata quanto piu' vecchia. Ogni Pinco Pallino con i suoi genitori, luogo e data di nascita, titolo e/o professione (ddc = donna di casa; padrona ostessa; commerciante occasionale; ... ), date e indirizzi di trasloco, matrimoni, divorzi, luogo data e motivo clinico (se a Roma) di morte.
Stamattina sono andato all'Anagrafe per cercare dati biografici di otto tizi che andranno citati in una garzantina. Ne ho trovati sei, e non tutti facilmente: le schede sono mobili, spesso le trovi in fuga, fuori plotone a socializzare con cadaveri imprevedibili, del tutto improvvisati. Chissa' che fine hanno fatto i due dispersi, che non sono riuscito a beccare. Visto che c'ero, ho voluto togliermi qualche curiosita', rinfrescarmi la memoria, togliermi dei dubbi. Oggi so il cognome della madre di tre nonni, per esempio. E che uno di loro nacque, si sposo' - con la venexiana - e prolifico' a Tunisi, e si proclamava ufficialmente Industriale, quello che non dice la scheda e' che lascio' agli eredi un sacco di debiti, ma a me un orologio d'oro vinto al gioco, e il sapore dei bruscolini. C'era la breve biografia di mio fratello maggiore, quello che mi passo' il testimone di primo maschio di casa, e il nome.
*(mio cognome nome) fu (mio padre) e (mia madre) nato Roma il #-10-58 V. Aventino 3 † Roma #-5-59 Broncopolmonite influenzale Insufficienza acuta respiratoria*
Il che si aggiunge alla leggenda ufficiale del cuore difettoso e debole. C'e' un sacco di storie, di storia, nelle cartacce dell'anagrafe. E il meglio non l'hanno riversato in elettronico.
28/07/2003
Il primo bacio non si scorda mai.
Yoyi aveva pelle scura e capelli lisci neri, occhi grandi, marroni scuri. Abitava nel palazzo di fronte al nostro, e come noi al terzo piano. Aveva una sorella piu' piccola e piu' chiara, giusto la differenza che c'era tra me e mio fratello, noi piu' grandi di loro di un anno. Suo padre dicono che lavorasse all'ambasciata peruviana, sua madre era una donna elegante e dalla fronte alta. Era una famiglia molto discreta. Dalle tende bianche, leggere ma inesorabili, dai loro vetri mai un urlo, solo l'eco delle nostre tragedie greche quotidiane, incrociate con le berciate della tribu' sotto a noi. Sulle sue finestre al tramonto si vedeva riflessa la luce del sole, certe volte il rosso e l'arancione si spezzavano improvvisamente e lei usciva ad innaffiare i fiori in terrazza. Una volta ero appoggiato alla ringhiera del balcone, lei comparve senza l'annaffiatoio e si mise a guardarmi, assumendo la mia posizione. Nessuno cedeva lo sguardo. Si vede che lo conosceva anche lei, il gioco de Il primo che ride perde. Alla fine ci mettemmo a ridere insieme, e ci salutammo con la mano prima di rientrare, senza parlare. Nel letto a castello che dividevo col mio frate, io avevo il posto in alto: cambiai la posizione del cuscino per controllare la finestra, anziche' la porta, lasciavo le persiane aperte anche di notte. Un giorno a casa si organizzo' una piccola festa per il mio undicesimo compleanno. Eravamo: i cinque di casa mia, i sei del secondo piano, il figlio del portiere, altri due del condominio, marmaglia varia e: Lei, e sua sorella. Tra i vari giochi, ci fu quello di Nascondino al buio. In camera mia, persiane e porta chiuse. Prima che si spegnesse la luce i nostri occhi si cercarono, purtroppo sembra mogol ma non saprei dire meglio. Al buio ci trovammo, e ci baciammo sulla bocca. Come si doveva fare. Tanto gia' lo dicevano tutti, che ci amavamo. Il cuore batteva fortissimo, e quando riaccesero la luce ci guardammo, vergognosi, felici, rossi. Volavo alto, quella notte. Quando pochi mesi dopo lei dovette andarsene mi lascio' un ciondolo di legno con la corda di cuoio, una specie di maschera col suo nome dietro, intagliato da lei stessa. Finalmente seppi come si scriveva il suo nome. Ci scrivemmo lettere per un po', anche per dare e chiedere notizie di sua sorella e di mio fratello, poi smettemmo.
28/07/2003
Una cosa delle cose piu' dolci che ho visto: un asino appena nato.
Se fossi donna prima di tutto mi girerei il mondo; poi farei un figlio dopo l'altro, e non credo che sceglierei per tutti lo stesso padre. Non mi attaccherei troppo ad un uomo, nemmeno come padre di un mio figlio, fatte salve le esigenze logistiche mie e le psicologiche del cucciolo. Continuerei a fare lavori e figli finche' possibile, ma conserverei tutti per me un giorno alla settimana e un mese all'anno, costi quel che costi, per lo svacco totale o per viaggiare ancora. Mia patria il mondo intero, mia legge la liberta'.
28/07/2003
Ladispoli. Dici questa parola, e tutti sopprimono un sorrisetto, alzano il sopracciglio, guardano altrove. Dove sei stato? Al mare. Quale mare? Vicino a Torre Flavia. Ah sì, e dov'è esattamente (però, Torre Paola la conosco, questa mi manca)? A Ladispoli. Ah, e com'era (pf, vabbé te credo che non la sapevo, mmm che ore sono)? Ecco, se devo dirti davvero com'era: da Roma prendi l'Aurelia, svolti a sin. in Via Fontana Morella (primo semaforo dopo il bivio per Cerveteri), la fai tutta fino in fondo, lasci la macchina sulla strada, facile parcheggio libero, fai una passeggiata in una riserva naturale, miracolosamente priva di villette ristoranti chioschi, arrivi in una spiaggia di dune, spaziosa, c'è questa torre diroccata scenografica col suo quid archeologico, la sabbia è pulita, l'acqua accettabile, nessun motoscafo, non galleggiano neanche le alghe, tra le conchiglie sul bagnasciuga non trovi una plastica, è domenica e c'è molto spazio tra una postazione e l'altra, si può giocare con l'aquilone, coi racchettoni, a pallone, forse stai sognando, ma dev'essere un sogno collettivo perché uno ti chiede l'ora e dice grazie quando gliel'hai detta, ha una pronuncia decisamente slava, allora ti guardi in giro e vedi signore e signori romani e burini, comunitari ed extracomunitari, di tutte le razze, ma tutti abbastanza tranquilli, qualcuna a seno nudo seppur non spettacolare, nessuno stereo a palla, tuo figlio s'imbuca, socializza e importuna senza troppi problemi. Ah sì, è vero, l'acqua del mare è forse un po' salata in quell'angolo di pace, a Ladispoli.
25/07/2003
per Ali
il linguaggio e' un bell'aggeggio
uno scalpello un grimaldello
e' fratello del coltello
e sarebbe poco saggio
per non dire molto peggio
impugnarlo per far male
a chi ti vuole parlare
a te che non sai leggere, ali
a te che sei leggere ali
25/07/2003
- SucCesso ieri -
Ieri Roma ha sopportato per la prima volta nella sua gia' abbastanza indecorosa storia l'evento denominato Flash Mob. L'avevamo avvisata qualche post fa, ha superato la prova. Per la cronaca, ecco cosa e' successo: http://flashmob.fantasmaformaggino.it/mob1.html . Due osservazioni:
1. Appare eccessivo, di gusto discutibile, e vagamente sospetto di interessi Multinazionali (rif. nota catena di ristorazione veloce) il ricorso Massiccio alla lettera M Maiuscola, nell'orgia semantico-simbolica che ha caratterizzato l'evento.
2. Personalmente mi tenni estraneo al fatto, seppur intrigato dalla sua novita'; testimoni ed alibi a chili.
3. Mi perplime la scelta di una libreria come primo luogo da invadere, umiliare, espugnare.
4. Poiche' non troverete la mia, tra le tante facce scaltre fotografate durante l'evento a testimonianza autoreferenziale del medesimo, posso rimediare alla vostra delusione come pure alla contingente insoddisfazione del mio narcisismo inviandovene una, di foto facciosa. Mi riservo il diritto di sceglierla bene, modificarla ad arte, postarla quando mi parra' e piacera'.
5. Le osservazioni entrate in elenco sono cinque, molte altre aspettavano in coda ma il locale chiude. Tanto vi/mi dovevo.
25/07/2003
Voi non ci crederete, ma in Brasile non si parla spagnolo, si parla portoghese. Proprio portoghese. Incredibile. E siccome forse tra voi c’e’ qualcuno che non parla portoghese, parlero’ italiano. (C. Veloso, Roma 2003 – introducendo il suo Antonioni)
Sara’ per questa umidita’ tropicale, o per una buffa serie di coincidenze, oppure perche’ piu’ si cresce e piu’ diventa piccolo sto cazzetto di pianeta, fatto e'
che da qualche giorno
tutto e’
Brasil, a girarmi intorno.
Indago su mio nonno: Bahia. La collega al bar aziendale consuma i miei inviti al caffe’: Rio del suo primo amore, e a questo punto credo anche l’ultimo. I dischi in vinile riesumati dalla cantina: Dorival, Baden, Vinicius, Milton, Irio. Apro un blog, mi volto: l’ambasciatrice-ombra brasiliana a Roma. Il concerto gratuito dell’estate romana: Caetano. Prima del concerto un tavolo con quattro persone, Manuela mi presenta il suo compagno Pedro: lui di Rio, lei no ma lo ha conosciuto li’ e se l’e’ portato qua. Naturalmente lei scrive di turismo: e conobbe l'ambasciatrice, e fece anche da interprete a Caetano. Ci manca solo che hanno tutti dei parenti in comune. Guga Kuerten e’ sparito? Spunta Rubens. Tratta dei pedatori: brasiliani a palate. Troppe bianche lenzuola magliette pareti? Arriva Ali e i suoi 40 pennarelli carioca.
Quanto durera' sta congiunzione astrale. Che fine ha fatto la Grande Madre Russia, dico tanto per fare un esempio.
24/07/2003
In realta' io non lo so chi sono ora, se sono quello di prima o un altro. Pero' sto benissimo, come sto. Una volta lo sapevo chi ero, rispondevo sicuro allo specchio e al richiamo dei parenti, dei conoscenti. Ho dimenticato tutto di quel periodo, intendo della mia vita prima dell'incidente, ma non questa sensazione di autoriconoscimento. Poi ci fu l'incidente. Da allora mi chiedo cosa sarei adesso, se le cose fossero andate diverse, ossia se quel giorno non fossi caduto, se non fossi stato travolto. Di certo c'e' che mi piaceva andare in moto. Avevo una moto particolare, amatoriale si dice: una Guzzi V7 Special del 1970, rossa, con le borse dure originali, 750 di cilindrata, accensione anche elettrica. Il freno posteriore era a tamburo: il suo punto debole, si diceva tra esperti. Quando frenavo, specialmente in curva, la moto tendeva a perdere l'assetto, sbandicchiava. L'avevo fatto rettificare eccetera, ma quel freno restava inaffidabile nelle inchiodate, nell'asfalto bagnato. E nelle curve strette. Tutto questo, e parte di cio' che segue, secondo alcune testimonianze. Mi sono documentato, ho chiesto in giro.
Quella sera la Panoramica era umida. Aveva piovuto molto durante il giorno, e dalle pendici di Monte Mario continuavano a defluire rivoli d'acqua fangosa tra i margini otturati della strada in discesa. Non andavo forte, diciamo allegro sostenuto. Nel corso dell'ultima curva, la curva piu' stretta, quella che porta al rettilineo di atterraggio su Piazzale Clodio, feci pero' la stronzata di frenare, per maggior prudenza. Proprio da coglione. Sarebbe bastato scalare di una marcia o due, prima, oppure prenderla piu' larga. Invece, pigro, distratto, frenai mentre ero gia' inclinato sulla destra, e su una striscia d'acqua per giunta. Probabile che ci fossero macchie d'olio, come dappertutto. Scivolo e cado sul lato destro, come un Ernesto. Ernesto e Evaristo, il coglione destro e il sinistro, ricordate.
La moto e' pesante, prima mi viene sopra poi vola verso il guard-rail, ma sono preoccupato per gli occhiali, in quei tempi non si doveva portare il casco per forza, o forse si' per le moto di grossa cilindrata, boh non ricordo comunque non ce l'avevo, il casco. Chissa' dove finirono gli occhiali. Dietro sentii il fischio dei freni della macchina che usciva dal gomito della curva, o era il rumore delle ruote bloccate che slittavano sull'umido, o tutt'e due insieme, non so. Il fischio in due secondi si fece forte e vicino, sempre piu' vicino, sentii arrivare la ruota sopra l'orecchio, poi buio. Il primo ricordo successivo a quel giorno non ha niente a che fare con ferite, ospedali, cimiteri. Come se non fosse successo niente.
So che l'automobilista che mi investi' ha passato un brutto periodo. Depressione, insonnia, devastato dal rimorso. Io ci ho provato a dirglielo, in tutti i modi, anche incazzandomi, che non aveva assolutamente spazio e tempo sufficienti per evitarmi. Nessuna responsabilita'. Non poteva andare che come ando'. Se potessimo prevedere e deviare tutti i fatti, le persone, gli incontri e gli scontri... sarebbe troppo difficile scegliere, non riusciremmo piu' a capire, a vivere. Allora, se incontrate voi quell'automobilista, diteglielo: continui a vivere la sua vita. Io - chiunque io sia - ho la mia, e nulla da rimproverargli.
24/07/2003
Oggi devo finire di finire il solito lavoro. Tanto e' la prima bozza, e nessuno se la leggera' mai in agosto. L'importante e' far vedere che non ci si e' gingillati e basta. E' questo il trucco. Far vedere, che' fare viene dopo, c'e' tempo, e chissa' che succede nel frattempo. Magari che il tuo lavoro non serve piu', oppure serve ancora ma diverso, e allora va bene restiamo cosi', ci aggiorniamo, ci sentiamo.
Poi stasera c'e' il concerto di Caetano, anche se gratuito non posso perderlo un'altra volta, ci sara' un casino della madonna a piazza del popolo, niente perle ma forse riesce una buona maionese, eppoi incontrero' finalmente quelle sciroccate. Il guaio e' che in 7 ore devo appaltare Alessio, ovvero disinnescare Christine, e magari procurarmi un mezzo mobile. Forse e' ora di rispolverare la bici. Anzi sai che faccio, dico alla Chris di mollare Ali a Giuli e di venire al concerto portando la macchina, e' tanto che non usciamo insieme, che non facciamo niente la sera, dai che c'e' zia Giuli che dorme da noi, e quando se no. Tanto a lei non frega niente di Caetano ne' giammai di girare la sera per Roma come tante altre cose che la verde provincia bavarese ignora, pero' cosi' faccio la bella mossa, e niente equilibrismi con gli altri soggetti. Comunque dovrei riuscire a tornare a casa, stanotte. Potrei restare anche a dormire a Roma, ma sarebbe troppo. In fondo Christine ha ragione, mentre lei si succhia Ali e il resto io riesco sempre a farmi i cazzi miei. Ma allora dai cazzo dai, stasera vieni Chris no!?
Intanto venendo qua ho visto che da Croce fanno il 20%, c'era Nudi e crudi, qualche blogger lo segnalo', gia' solo il fucsia di copertina vale il prezzo, il resto chevvelodicoaffa'. Sul marciapiede, a pochi passi dalla libreria in direzione largo argentina, la bacheca di una profumeria esibiva un paio di manette, 18 euro, metalliche. Apparizione: una chris in croce. Nel 628 ho tirato fuori il libro. Un vecchio in cupa agonia da caldo si e' sciolto in un mezzo sorriso, vedendo che ridevo da solo.
23/07/2003
Ti ricordo il patto, cara. Io piscio seduto, cosi' non schizzo fuori niente manco di rimbalzo e non resta puzza di urina, sgradevole e ingiusta lo ammetto. In cambio pero' tu dovresti chiudere la porta del bagno, perche' non mi piace il rumore dei tuoi depositi, e soprattutto dovresti lasciare la tazza pulita il che significa scaricare, sempre, l'acqua (e' immorale, tutto quello sciacquone? allora usa q.b., col secchio o col tubo della doccia), e poi significa usare lo scopetto. Tanto il cesso lo pulisco sempre io. Cosa? Ok, ma mi pare che e' un bel po' che non lascio spruzzi sullo specchio quando mi lavo i denti. Be', non sapevo che ti davano tanto fastidio i pezzetti di dentifricio rimasti sul lavandino. Allora senti, io credo che a forza di buttare assorbenti e loro plastichette, prima o poi il cesso o qualche tubo si ottura, e comunque se vuoi farmi capire che in quel giorno non e' cosa basta dirmelo, senza tanti segnali e cacce al tesoro. E spegni la luce quando hai finito di leggere, che senno' entrano le zanzare, hai visto come sono diventate, sempre piu' piccole e cattive. 'notte.
23/07/2003
pizzurl facci sognare
*E se, sfuggendo alle sirene ammaliatrici del turismo superorganizzato, decidessimo di andare a zonzo senza una meta prestabilita ( ... ) Andar per vini, insomma, ( ... ) e' vero che si puo' vagabondare anche alla cieca, dove si scopre una vigna ben curata c'e' la ragionevole speranza di trovare una cantina o un punto d'assaggio adeguati, ma il consiglio di percorsi sicuri e gratificanti e' di grande aiuto, in linea con lo spirito di quest'annuale pubblicazione [e qui svanisce il mio sogno di un Bruno Pizzul bukowskiano on the road, NdR]*
23/07/2003
Rosi, Ilda, Gherardo, Qusay, Sukarto. I nomi di persona sono importanti, molto piu' delle persone che passano: i nomi le oltrepassano - restano - indossati da altre persone. Alessio lo volevo chiamare Demetrio, me l'hanno impedito, dopo una settimana che era nato ancora litigavamo sul nome, infermiere burocrati ci mandarono a cacare, le degenti protestavano, il pubblico muggiva, tutti (eccetto lui) esigevano il suo nome, ho ceduto perche' sono un gentiluomo, e ora mi tocca accettarlo cosi' come erede, come persona, anche se devo dire per correttezza che con questo nome non di prima scelta forse riesco a vedere meglio la sua persona, e andiamo avanti cosi'.
I nomi di persona: ammazza se sono importanti, i nomi. Quasi quanto le altre parole. Ogni nome di persona significa tante persone diverse nello spazio e nel tempo, per non parlar dei cani, mentre una parola continua anche per millenni a significare sempre la stessa cosa, e solo quella. Poi c'e' la faccenda della sudditanza psicologica indotta dal nome. E' stato calcolato che a parita' di fallo l'arbitro medio impiega meno secondi a concedere un rigore alla Juventus, nei derby [cfr. dr. primabase.splinder.it], anche se la Scuola di Villar Perosa attribuisce tale scarto al differente colore delle maglie [il colore granata del Torino arriva alla retina piu' lentamente del bianco/nero].
E poiche' il calcio e' il laboratorio principe della ricerca scientifica, ne discende che hanno qualche fondamento i postulati del Leinonsa' Chisonoio, del Nomen Omen, della Persuasione Mediante Reiterazione.
Tutto questo perche' oggi voglio riconoscere il mio affetto per: Rosi, Alessio, Ilda e Gherardo, malgrado il nome che portano. Forma e contenuto sono inscindibili, ma le essenze vengono prima delle esse.
22/07/2003
Rosi e la musica.
Rosi amava ascoltare, questo l'ho gia' detto, ma non ho ancora ricordato che aveva un orecchio musicale fine e sensibile. Percepiva da lontano e riconosceva antiche e nuove melodie: quando nel buio dell'alba - eravamo in fredda terra straniera, in quel tempo - mi trascinavo in cucina verso la moka e accendevo la radio, Rosi si destava nell'udirne l'eco, si avvicinava, entrava in casa e ascoltava rapita le canzoni della nostalgia o della speranza migrante, dissimulando l'impaccio della commozione con la masticazione degli avanzi di cena.
Una volta ascoltavamo "Calabresella mia", e fu tale la sua estasi - tremava tutta, e non fini' un culetto di ravizzone - che le chiesi se si sentiva male. Seppi allora che piu' di tutti tra gli umani temeva i calabresi, per come chiamano la zampogna: "la capra che suona". Ma non per questo li odiava, anzi. Rosi sapeva guardare oltre.
22/07/2003
sioressiori, oggi DEVO finire (o quasi) un lavoro, ci sono in giro un sacco di blog intriganti, a presto. (maledetti i quasi)
21/07/2003
qualcuno disse, piu' o meno: Odio la tivvu', la odio come le noccioline - ma non riesco a smettere di mangiare le noccioline. Non lo capisco: a me piacciono da morire le noccioline, davvero sarebbe bello morire sgusciando sgrancocchiando troppe croccanti saporose calde noccioline. Invece mi chiedo perche' quelle a tre vani sono diventate introvabili, per non dire a 4, e rare le mono. Perche'? Una volta c'erano anche quelle che le aprivi e trovavi il seme marcio, o rinsecchito, o assente del tutto. Ora sono tutte a tandem uguali, sane, doppie, du' palle. Sarebbe piu' divertente, ingozzarsi di arachidi diverse tra loro.
21/07/2003
Mentre continua a volteggiare vago il punto interrogativo: 'azzo e' un blog?, sollevando le rughette frontali dei nostri Maximi Benzatori, il bloggaro anonimo - sempre piu' dinamico del luminoso pensinaro - sorvola leggero sul volteggio, esce di casa, si aggrega, si disgrega, agisce e coi fatti guarda cosa c'e' oltre l'indice puntato.
Non so se e' casuale il luogo e l'orario dell'appuntamento per il 1. Flash Mob romano, fatto sta che planerebbe a fagiuolo come sfizioso aperitivo prima del concerto di Veloso a due passi e a due ore dall'evento. Capetan Velos comunque non vorrei perdermelo, se il 24 Grande Fratello dev'essere, preferiro' seguire la sua voce.
*Ecco a voi il testo dell'invito al primo Flash Mob romano:
Siete invitati a prendere parte a un Flash MOB romano, un progetto che mira alla creazione di "mobilitazioni" di persone che vivono a Roma, rigorosamente di breve durata (10 minuti o anche meno) e rigorosamente senza senso.
Se non avete un'idea di cosa questo possa significare, visitate il sito http://flashmob.fantasmaformaggino.it/ per dare un rapido sguardo ai Mob già avvenuti e capire meglio di cosa si tratta (ci sono anche delle foto). Per favore, fate pervenire questo invito via e-mail a tutte le persone che conoscete a Roma e che potrebbero essere interessate a partecipare.
Se non siete interessati, potrete sapere come sarà andata visitando il sito sopra indicato.
Inoltrate comunque l'invito ai vostri amici e conoscenti romani.
Primo Flash Mob a Roma.
ISTRUZIONI - MOB NUMERO 1
Luogo: Roma, Via del Corso.
Data e ora inizio: Giovedì, 24 luglio 2003, alle ore 19:00.
Durata: 10 minuti
1. In un momento della giornata del 24 luglio, sincronizzate il vostro orologio regolandovi
su questo sito: http://www.portale.it/orario.htm
2. A partire dalle ore 19:00, trovatevi a Via del Corso all'altezza fra il McDonald's e l'imbocco di
Via della Frezza.
Fate il possibile per evitare che si noti un assembramento di persone ferme nello stesso punto,
passeggiate di continuo fra il McDonald's e Via della Frezza (se siete con amici, non c'è problema,
l'importante è non dare nell'occhio).
3. Noterete che a passeggiare in questo settore ci sarà una persona con un cappello con la lettera M
di colore bianco ben identificabile sulla visiera, in mano avrà un mazzetto di foglietti simili a segnalibri.
Avvicinate questa persona e chiedete "M come Mob?". Vi sarà consegnato uno di questi foglietti,
sul quale ci sarà scritto: (a) il posto esatto designato per il Mob, e (b) le indicazioni operative in merito.
Imparate quanti più dettagli possibili a memoria e mettetevi il foglietto in tasca.
UNA VOLTA GIUNTI NEL POSTO PER IL MOB, NESSUNO DI QUESTI FOGLIETTI DEVE ESSERE
VISIBILE.
4. Alle 19:15 precise, dirigetevi verso l'entrata del posto designato.
5. Localizzate il punto preciso indicato dal foglietto e iniziate l'animazione. Siate creativi tenendo
comunque presenti le linee guida imparate prima.
6. Alle 19:25 dovrete disperdervi. Nessuno deve rimanere nel luogo stabilito dopo le 19:27 .
7. Tornate alle vostre attività normali e attendete istruzioni per il secondo Flash Mob romano.
8. Dopo l'evento, curiosate pure sul sito http://flashmob.fantasmaformaggino.it , dove verrà
inserito un reportage dell'evento.
Buon divertimento!*
20/07/2003
in margine alla morte di Kelly, e alla commemorazione di Carlo Giuliani. I parassiti sono quegli animali che campano a spese di esseri viventi, i quali dai parassiti vengono succhiati, affaticati, appesantiti, usati, vampirizzati, feriti, al limite uccisi. Parassiti sono quelli che dicono all'ora di colazione "Andiamo, facciamo, lottiamo, per il Bene contro il Male", ma mentre altri subito partono, loro restano ben piantati a capotavola. Nelle Case Bianche. L'unico prodotto utile del parassita è il proprio schifoso cadavere, utile per chi sia di bocca buona. Come lo sciacallo. Gli sciacalli, gli avvoltoi, i saprofiti, sono di più, e sono diversi dai parassiti. Mentre i parassiti devono stare attenti a non deprimere troppo, a non ammazzare troppo l'organismo che li nutre, gli sciacalli si cibano di organismi già morti, di carogne. Sono quindi più tranquilli, più spensierati. Possono essere o diventare più stupidi, senza pericolo di sbagliare calcoli eventualmente complessi. Sono quelli che si compiacciono di restare vivi e quanto meglio in forma a due passi dai morti ammazzati, bruciati, dilaniati dai predatori, e al limite dai parassiti. E di questo si saziano. Blablandosi il muso e i polpastrelli. Il problema, vedendo le fotografie di Kelly e di Carlo Giuliani, è che non so come classificare Blair, Fini e i loro commensali.
20/07/2003
La televisione italiana compie cinquant’anni. Nacque ufficialmente domenica 3 Gennaio 1954, dopo alcuni anni di gestazione in forma sperimentale. Il primo vagito alle ore 11.00, solenne e orgoglioso: “Telecronache dirette delle cerimonie di inaugurazione degli Studi di Milano e dei Trasmettitori di Torino e Roma”. Alle ore 14.30 il primo vero programma regolare, un buon titolo per cominciare: “Arrivi e partenze”, un quarto d’ora alla settimana di brevi interviste con 'note personalità' in transito negli scali italiani. Mike Bongiorno e Armando Pizzo gli intervistatori, Antonello Falqui il regista. Mezzo secolo dopo è la televisione ad essere sotto esame, invitata a rispondere ad alcune domande, a render conto. E’ tempo di celebrazioni e di bilanci. Per l’occasione, convegni, seminari, mostre, speciali tv, ovviamente. I maggiori studiosi della comunicazione di massa hanno previsto di pubblicare in questi mesi puntuali studi storici, analitici, critici, o almeno di aggiornare i precedenti. Saranno stampati molti articoli, dossier, nei quotidiani, nei periodici, specializzati o meno, inserti, numeri speciali. In attesa di questo diluvio di inchiostro su splendori e miserie della televisione italiana, abbiamo cercato di raccogliere e ricordare ciò che è stato già scritto sulla sua nascita, sui suoi primi anni di vita. Abbiamo trovato libri e articoli, dati e commenti. E tante aspettative, più o meno ingenue, come succede quando nasce qualcosa di nuovo, di inaudito. Il lavoro che segue è il risultato di questa ricerca, condotta scandagliando non solo il patrimonio della bibliomediateca e dell’emeroteca della RAI, ma anche tra i cataloghi di altre biblioteche e negli archivi di testate giornalistiche. La ricerca ha prodotto un viaggio all’indietro nella storia della RAI, su due binari. Il primo ha preso forma di una lista bibliografica essenziale sul tema della nascita della televisione nazionale, in cui potrete trovare una descrizione ordinata di monografie e di articoli su periodici. Il secondo binario ripercorre documenti, articoli - più curiosi che scientifici -, fotografie, immagini che abbiamo voluto riprodurre e assemblare sotto forma di rassegna stampa, arricchita da dati statistico-demografici significativi, per restituire il clima dell’epoca, l’aria che si respirava cinquant’anni fa, intorno alla culla della Tivvù. Chi crede di potere contribuire a questa ricerca con un particolare documento (memorie, ritagli di giornale, foto, manifesti d'epoca) è pregato di contattarmi scrivendo a: bibliotec@yahoo.it .
19/07/2003
ah, la famiglia.
19/07/2003
(riceviamo e volentieri purlichiamo) "Oggi sono in ufficio per finire un lavoro e nei tempi morti cerco musica in rete. Così ho trovato un sito fenomenale dell'Università di Trento con migliaia di mp3 di musica classica che si possono legalmente scaricare a costo zero (se non quelli di navigazione intenet) - http://cocoa.itc.it:8080/cocoakaradar/home.html - Il meccanismo è un po' macchinoso, dovete creare un utente, una compilation, ricercare i brano da aggiungere alla compilation, quindi vi compare una videata con la lista dei brani della compilation per i quali potete iniziare lo scaricamento degli mp3 La lista dei brani disponibili la trovate più facilmente passando da www.karadar.com, ma da qui lo scaricamento non funziona. Questo altro sito devo ancora approfondirlo, ma ci ho trovato ad esempi intere registrazioni dei concerti di Bruce Springsteen buone vacanze," [ma de che, NdR]
18/07/2003
Il cane del mio vicino di casa si chiamava Pavlov.
Il vicino: uno tracagnotto, basso, calvo, frettoloso, grigio, senza segni particolari, un tipo come tanti, quando alle 8 andava al lavoro lasciava Pavlov solo a casa, chiuso ad un terzo piano con terrazza esposta a NO, e quello abbaiava e guaiva in modo straziante, tenace per tutta la mattina - è per questo che io preferivo uscire di casa prima delle 8.
Poiché non la legge, né la coscienza, né la buona educazione, tantomeno gli appelli dei condòmini facevano desistere il vicino da questa sua pessima abitudine di trattare il cane come un soprammobile, e i residenti prossimi suoi come esseri indegni d'attenzione, studiai una soluzione diversa.
Fotografai la persona del vicino, ne feci una gigantografia a grandezza naturale, e la posi sul mio balcone, ben esposta di fronte al terrazzo in cui Pavlov veniva lasciato ad ululare al mondo.
L'effetto fu quello sperato: davanti all'immagine del padrone, il buon Pav restava a cuccia e con la coda tra le gambe. Si limitava ad andare su e giù per il perimetro del suo terrazzo, fermandosi ogni tanto, per alcuni secondi o anche per lunghi minuti, ad osservare meglio quella figura severa, minacciosa e rassicurante, il grugno e il ghigno familiari.
Col passare dei giorni, Pavlov cominciò a sospettare qualcosa. Me ne accorsi, perché tornando dal lavoro (prima del vicino) lo vedevo sempre più spesso azzardarsi a lanciare timidi buh! verso la gigantografia, accompagnati da un comportamento irrequieto, culminante in timidi slanci aggressivi diretti alla fissità del padrone che lo fronteggiava, come di protesta verso quella immobilità, che però ancora non osava apertamente contestare o perfino ignorare.
Dovevo raffinare la strategia.
Feci allora un video, consistente in una lunga ripresa ad inquadratura fissa e frontale, tutto zoomato sul vicino a passeggio in un tragitto rettilineo di 200 metri.
Replicata all'infinito, proiettai tale sequenza su un megaschermo in sostituzione della gigantografia, così che Pavlov potesse vedere un padrone in perenne avvicinamento.
Fu questa la soluzione definitiva.
L'unico accorgimento adottato in seguito, per consolidare il successo, fu quello di usare uno schermo più piccolo, un teleschermo ordinario, lanciando al cane ormai vecchio e stanco un telecomando - un regalo dovuto - con cui potesse scegliere fra una certa varietà di filmati da me assortiti. Tra i quali, pensai bene di includere alcuni documentari romanzati, farciti di ogni tipo di cani e cagnoline.
Il cane ammutolì per sempre, sottomesso, vinto, ogni passione spenta.
Non ricordo il giorno preciso in cui Pavlov smise di uscire accucciandosi in terrazzo: non lo vidi, né lo sentii, mai più.
In compenso, per tutte le ore in cui doveva assentarsi da casa, il mio vicino di casa cominciò a lasciare accesa la tv, a volume altissimo (povero Pav, doveva essere diventato sordo).
Presto traslocai.
18/07/2003
ore 14.30, ottavo piano. Esco dalla mensa, a sinistra c'e' il bar. Troppo pesante il bancone, per portare a destra pure quello. Al bar ci vanno tutti, prima o poi, tutti i 10.000 che poppano dall'azienda, e le decinaia di migliara che orbitano intorno ai diecimila stanziali. Alla cassa c'e' sempre coda finche' il bar chiude, alle cinque; ora sono le due e trentuno e in coda studio i tacchi e l'henne' giallo di una mia coetanea biancovestita, a fianco il mocassino marrone stridente sotto il completo blu del suo eterno collega esoftalmico. Mentre ancora penso ai virtuosismi di un sax basso, i fatti e le cose altre da me mi riportano all'evidenza attuale di una Maria Teresa Ruta sottobraccio ad un Amedeo Goria, sorridenti all'unisono e in tiro per l'ultimo contratto. E' quello che ci offre la realta', e' quello che ci meritiamo, e' la maggiore industria cul/turale italiana, bellezza.
persone che non si dimenticano e sigarette pensanti
"Un timbro di voce inimitabile, giudizi a braccio sempre pertinenti, una persona fantastica che ha lasciato il segno nel mondo del calcio". Gigi Riva si commuove al ricordo di Sandro Ciotti, la voce che ha attraversato, descrivendone le gesta, varie generazioni di calciatori ma che con quella degli anni '60 aveva un feeling particolare: E' vero - prosegue l'ex azzurro - e questo dipendeva probabilmente dal fatto che lui descriveva con le nostre partite i primi successi del calcio azzurro dal dopoguerra: penso al secondo posto del Messico, alla vittoria negli Europei. Ma con lui si discuteva anche di altro, ti affascinava parlando di libri e di musica".
"Passammo un mese insieme - prosegue Riva - quando commentavo per la Rai i mondiali del 1978, fu una grande esperienza di vita. Ricordo le sue scopette con Ameri, gli scontri amabili, molto divertenti. Con lui condividevo il gusto del fumo, ma lui era un... professionista: fumava nazionali senza filtro, sigarette pensantissime, io da ex atleta andavo sul leggero. I suoi giudizi su di me mi inorgoglivano: quando ero agli esordi parlava bene di me anche dal punto di vista umano. Sono cose che non si dimenticano". (Repubblica.it)
18/07/2003
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mercoledì 14 novembre 2001, 0:00
XI, 13.
La stanza del figlio, film italiano candidato all'Oscar per il miglior film in lingua straniera.
Flashback.
C'era una volta, or sono vent'anni, il bianco/nero degli anni '80.
Intorno e sui giornali si blablaterava di modernizzare, meritocratizzare, rampare. Craxi e Boniver modellissimi di Milano moda (a propos complimenti ad ella per lo stato di conservescion), la DC in odore di disfacimento, sentiva il puzzo ma non sapeva ancora da dove.
Il pubblico: ®assegnato, allibito, ipnotizzato, schifato, plaudente, stupefatto (nel senso di fatto stupido) dalla sfacciataggine delle pause silenziose e ammiccanti tra le menzogne del maneggione, un opportunista ciarlatano issatosi miracolosamente al potere come "ago della bilancia", lui, 10% e 110 kilogrammi, una faccia buddea di bronzo insuperata. Bettino.
Un maestro, il migliore possibile per l’attuale successore, il suo discepolo piu’ scaltro.
In quei tempi post77, dopo le sbornie e le sirene, sirene di tutti i tipi, col PCI fiero e immobile nel suo zen del ruscello ad aspettare il passaggio del proprio cadavere, era difficile trovare un punto d'incontro collettivo, un circolo, una sala da bar in cui amalgamarsi, scornarsi, per lo studentello universitario.
Uno diffidente, vaccinato dal liceo contro apparati e movimentismi, contro il si magni chi puo' e il si salvi chi firma qua, contro gli splendidi isolamenti (troppo cari da pagare), contro i conformisti, le copie conformi, i conformismi degli anticonformi, dei senza forma. Uno cosi’, prendeva e disdiceva appuntamenti nella scrittura anzitutto, e nel cinema. Il gusto di imbattersi per strada, nelle piazze, in gente affine almeno li': sulle spiagge libere e bianche della carta e dello schermo.
Nella citta' di provincia in cui si era rifugiato, c'era a pochi passi da casa una sala ora scomparsa, il Modernissimo, sedie di legno muffito sotto un portico, di fronte al bar del biliardo. Passava i migliori film della capitale.
Mai avrebbe immaginato, allora, che Nanni Moretti un giorno sarebbe stato nominato candidato italiano al miglior film straniero. Oggi e' successo con La stanza del figlio.
E lo studente di allora e’ contento, come lo sono anch’io. Non perche' Moretti sia il nostro migliore regista, ma perche' quel film lo ha preso al midollo, quello mio di oggi.
E perche' tra gli anni '80 ed oggi sono passate tante cose, tante stanze, e figli tra queste.
Tra i commenti alla notizia, un Silvano Agosti dichiara: "Nanni Moretti ha fatto un bellissimo film della domenica pomeriggio. Col cinema quel film non ha alcun rapporto", intervistato dall'emittente RadioMeridiano12.
E allora l’ex studente si accorge di quanto tempo sia passato, senza mai ricordarsi di quella volta che il regista Agosti venne nella citta' provinciale a presentare un suo film, D'amore si vive, 1983.
Era un film fatto di interviste a personaggi eccentrici, emarginati, ma colpiva per la pesantezza leggera con cui nei lunghi primi piani la cinepresa del regista-intervistatore ne violentava i sentimenti piu' profondi: sembrava godere morbosamente del dolore altrui, delle ferite in cui scavava, del tutto contro le sue dichiarate intenzioni di difesa degli esclusi.
Alla fine della proiezione, dalla sala l’impacciato studentello rivolse una domanda critica sul metodo del regista nel condurre le interviste, beccandosi il disprezzo dell'Agosti: si vede che sei un conformista, i bigotti come te non capiscono, neanche ti rispondo.
Letto il suo commento acido su Moretti, oggi vado a vedere il sito del Silvano. Certo che venti anni sono parecchi, ma ormai sono convinto che la sostanza di una persona non cambia mai. Trovo nell’autopresentazione il segno dell'invecchiamento:
"Il cinema, il mio cinema che tanto amo, fatto di immagini e di mistero e' ormai in esilio oltre i confini dell'industria e della mediocrita'. Lo andremo a riprendere prima o poi con tutti gli onori, e allora gli schermi torneranno vivi."
Sono contento oggi, nel ricordarmi d'aver mandato alto quel MAVVAFFANCULO... in un pubblico dibbbattito, una volta, tanto tempo fa.
17/07/2003
Bisognerebbe prendere un po' di questo caldo e metterlo nel congelatore per l'inverno.
17/07/2003
Oggi M.S. ha detto: - Porca l'oca -. Prontamente è stata censurata dal comitato etico di Golem per il suo atteggiamento odiosamente discriminatorio e razzista che si ritiene offensivo della libertà di espressione sessuale delle care sorelle palmate. In aggiunta lo insulto potrebbe allargarsi alla sfera personale delle care amiche suine (…). Questo ed altri episodi - Sei un asino, In bocca al lupo, Crepi il medesimo, In culo alla balena etc NdR - ci portano a dissociarci dallo atteggiamento di diffuso disinteresse per la battaglia antimetaforica in corso per dare dignità agli amici pelosi e pennuti. (…) -Comitato Etico di Golem Cellula Animal Lover.
Quanto sopra, dal fertile saggio Golem. Idoli e tv, 1999, a proposito del rapporto tra uomo parole e animali, tanto importante e ancor piu' in estate, quando libero l'alluce dialoga con cheli e cacche di erbivori, l'occhio scruta predatore o almeno inseguitore, l'orecchio tra le cicale cicatrizza ingiurie della nevrosi urbana. Tornato ad immergersi nella natura il pensiero si distende, si riordina e ritrova il gusto e cio' che resta della selva, interrompe la spirale autoalimentata, alterata dalle cacofonie degli adiacenti versi e gesti ominidi, lascia parlare le cose, le piante e le bestie, si riscopre quindi a sua volta nobilmente, gratuitamente, animale.
Fruscii di risacca e di fogliame a tener bordone, il linguaggio si rigenera e spontaneo improvvisa assoli freschi, pieni, armonici, nelle passeggiate in spiaggia o tra le malghe, depurandosi da espressioni linguistiche e stereotipi insensatamente sprezzanti nei confronti degli altri esseri viventi - ammesso che noi lo siamo - e sposa la giusta battaglia antimetaforica degli animalisti del sopracitato Comitato Etico Golemico. Alla fine della mesata di semiliberta', tornera' alle bassezze degli homines oeconomici metropolitani riformulando i propri giudizi con maggior rispetto delle sorelle bestie.
Ladri invece che sciacalli o avvoltoi, diremo. Meri proprietari, invece che volpi. Parassiti capitalisti monopolisti evasori e autolegiferanti, invece che pidocchi, sanguisughe o vermi. Proci, invece che porci. Crassi ignoranti, invece che branco di asini maiali ovvero bestie tout court. Stronzette rifatte, al posto di galline o vacche o troie. Culi di pietra, anzi che rinoceronti, elefanti. Barbari camiciazzurrati cravattagialluti, piuttosto che Orde di cavallette. Bruni, invece che vespe. Giuli, riassumendo andreottidi e tremontidi. e via disinfestando.
16/07/2003
Fa caldo fuori, stamattina il cielo era fermo e coperto, annunciava mancata pioggia e sudata sicura. non mi dispiace, l'altro contratto mi scade a novembre e non ho fretta che finisca l'estate. Intanto mi prendo un caffe' con Chiara davanti al panorama climatizzato offerto da un ottavo piano di viale Mazzini. Il grigio del cielo sporca e intristisce gli stucchi dei palazzi, l'osservatorio astronomico, la corona dell'Olimpico, Villa Miani. Il fondale e' grigio e stinto, senza luci ne' ombre, dal cupolone a Villa Ada, in agonia il bianco il nero e tutti i colori. Anche i pensieri si trascinano, stanchi. Le vorrei telefonare, ma avra' di meglio da fare. Mi dovrei concentrare sul lavoro - sto in ritardo -, ma so gia' che lavorero' meglio dopo, in extremis. Anche Chiara non brilla e conversa poco e in difesa, ma questo da quando le scapparono due parole di orgoglio lesbico malriposto, nel senso che non e' che io fossi molto interessato a quel suo outing, due settimane fa. Tornero' a casa, con la solita sgradevole sensazione di questi giorni fiacchi, non riuscire ad ingranare la quinta. In direzione della stazione di San Pietro, attraverso gli stands e il palcoscenico di Castel Sant'Angelo, ogni sera uno spettacolino offerto al gentile pubblico e artisti da strada, una statua vivente, una ballerina di tip-tap, un mimo esploratore di Tubular Bells, ma la cosa migliore sono le noccioline del venditore ambulante, la mia cena in treno, malgrado egli si chiami Benito, il fusajaro. Il Tevere in questi giorni e' in magra spaventosa, tutto pelle e ossa e isolette, ciuffi d'erba che spuntano ovunque, andando verso la fermata del Santo Spirito il ponentino alza puzze di piscio.
16/07/2003
l'urltima spiaggia: last minute - do it yourlself
Colpo di Stato a São Tomé e Príncipe. Nelle prime ore del mattino un gruppo di militari, approfittando dell’assenza dal paese del Presidente Fradique De Menezes, è entrato nella capitale, São Tomé, e ha occupato i palazzi di governo. Fradique, che nome pero'.
16/07/2003
- Per piascere, do' sta la stanza di G.? -. La signora ansima e barcolla, ha aperto la porta e si aggrappa alla maniglia come a un salvagente. Cerca l'ufficio del consigliere delegato per l'emergenza abitativa, quello che potrebbe smuovere classifiche per le assegnazioni di appartamenti comunali a favore di questo o di quel povero cristo che gli mostri vene dei polsi e taglierino. O almeno convincerlo a pazientare ancora un po'. Fa molto caldo, fuori. non mi dispiace, il mio contratto scade a dicembre, non ho fretta che finisca l'estate. Signora, deve andare piu' avanti, esca e prenda le altre scale, prima porta. L'ufficio si e' trasferito da Lungotevere Cenci all'Eur, ma loro non si arrendono, sono sotto sfratto, circondati da vampiri, troppo pigri per cercare alternative altrove, con le proprie forze, non hanno piu' forze, se non per reclamare una casa ad un ufficio che ne concede una su 1000 richieste, e dopo molti anni di trafila, e solo ai piu' disgraziati o ai piu' furbi.
Oddio devo rifare le scale, non mi fare fare scale, cio' le fibrillazioni. Signora, l'ufficio di G. sta li', pero' se vuole vado a vedere se e' aperto adesso mi sa che e' chiuso, intanto si metta seduta qua ecco, aveva un appuntamento? No, non risponde mai nessuno al telefono, tanto lui mi conosce, lo sa che dovevo venire. Ovviamente l'ufficio e' chiuso. La signora tira fuori un fazzolettone, si asciuga la fronte e inizia a prendere fiato e a sfogarsi.
- Bravo, sei gentile tu, quella stronza della padrona di casa, ce ne ha dodici di appartamenti sai, a me un milione di pensione mi danno, e un milione quella stronza vuole per l'affitto, e no che non le bastano ottocento, io parlo in lire sai, che tanto per mangiare a me basta poco, sai cosa? La frutta, solo la frutta non mi devi togliere, tanto il dottore dice che mi fanno male questo e quello, ma io il pane me lo faccio da sola, la pasta pure, mi basta la farina, due ova, la carne non mi piace, solo la frutta compro e tanta, senza frutta non vivo, maledetta quella mi vuole mandare via, non gli bastano ottocentomila, dodici appartamenti cia', maledetto quel mio marito che mi ha portato a roma, bella roma eh, bella se ciai i soldi. Di dov'e' lei signora?
- Da crotone vengo, figlio bello, bravo che sei, si stava male ma non c'era tutta sta cattiveria, sto traffico, ora se ci torno a crotone non mi conosce nessuno, i figli sono andati via, uno a milano l'altra manco lo so, e poi non mi posso muovere, cio' il cuore debole, fa i salti, gia' so' svenuta, ma allora se G. non viene posso scrivere una lettera al sindaco, qual'e' l'indirizzo del sindaco, bravo che sei tu che mi ascolti.
-
16/07/2003
Oggi il treno era strapieno, un migliaio o poco meno tra turisti e pendolari infilati sui binari. Il mio posto tenni stretto alla faccia del vecchietto, presi il libro avanti e dietro, lo finii, scesi a sanpietro. Dentro il sessantaquattro cominciai a guardarmi attorno: mi chiedevo se son matto, questo giorno in questo forno a cercar fresche parole, se la vita scorre altrove.
15/07/2003
urlo guthrie
Intorno a casa c'era: niente semafori, un campetto di calcio ricavato da una radura, il campo "dei grandi", che aveva porte regolari e la rete regolarmente sbrindellata, querce da sughero, ginestre, cime di lecci da scalare, resti di giornaletti zozzi, fossili marini, una leggenda di banditi e maniaci nascosti tra le fratte e le caverne di arenaria. Si poteva arrivare a piedi a: Monte Ciocci, Valle Aurelia, Pineta Sacchetti, Clinica Moscati (oggi Columbus), Gemelli, Via Massimi. Non c'era Borzelli, niente Mallia, niente Cassazione. La ferrovia c'era, si', ma non ricoperta come ora, e mi ricordo di avere camminato sui binari quando ancora esistevano le lo-co-mo-ti-ve a vapore, si' quelle, il cui sbuffo nuvolo denso si vedeva da camera mia.
Il fondo, di questa che era la Valle dell'Inferno, era percorso da un ruscelletto, un Lete fetido che proveniva piu' o meno dalle estremita' del Policlinico Gemelli e proseguiva in direzione borghetto di Valle Aurelia. Non senza aver accarezzato il mitico campo di calcio in pozzolana della Fornace. Nella sua (mia) eta' dell'oro, quel rio era popolato di ogni tipo di animali palustri, bisce, zanzarone, ragni d'acqua, lumaconi, rospi gillespie e libellule. Imparai piu' li' che a scuola, sulle scienze naturali. Non mancava la mano provvidenziale di qualche animalista a creare rifugi per il loro benessere: carcasse di moto, auto, elettrodomestici scarnificati deformi, carogne di animali, tra cui ovini ancora diffusi in quella zona, rifiuti i piu' fantasiosi venivano in qualche modo depositati laggiu'. Rimane un mistero il come, visto che Via Damiano Chiesa - unica carrozzabile della Valle dell'Inferno - incrociava il Lete solo in un punto lontano, quello della curva micidiale a gomito in cui chi scivolava era finito. Sorse non a caso presso quella curva la sede dello sfasciacarrozze, prima che lo sfrattassero. Allora lui si sposto' piu' su, piu' o meno dove sono ora i campi da tennis del Residence Mallia. Lo sfrattarono anche da la'. Lo ricordo bene il Caronte, un tipo pieno di capelli dalla faccia felicemente ebbra, la sua donna un po' piu' rustica. Li vedevi girare per Roma romantici, in una 128 Sport rossoferrari ammaccatissima col portabagagli sempre oppresso da un metro cubo di cose stranamente simili a cio' che si poteva trovare nel Lete. Li vedevi per forza, perche' ti faceva voltare il fracasso della non-marmitta della 128, che lenta avanzava e inesorabile.
Quando non era l'ululato dell'arrotino in bicicletta, a prevalere.
15/07/2003
l'urltima spiaggia
Se dovessi scegliere una sola invenzione umana da portare sulla famosa isola deserta, come pitecantropo, sarei molto indeciso tra la ruota e il linguaggio. Senza ruota sarebbe noioso, non potrei spostare costruire granche', ne' giocare a palla, a bocce, a frisbee eccetera, se non con grande fatica. Senza linguaggio, verbale o non verbale, sarebbe ancora piu' noioso perche' oltre a negarmi la remota possibilita' di comunicare con un qualsiasi essere, immagino che non potrei comunicare nemmeno con me stesso, se non con grandissima fatica. Ho deciso: mi terrei il linguaggio, dribblando la questione della ruota con una circonlocuzione tangenziale rappresentata da un poligono il piu' approssimato possibile alla circonferenza.
L'ultima spiaggia in cui vorrei ritrovarmi solo e pitecantropo e' sicuramente sul litorale laziale, compresa tra civitavecchia e latina. Li conosco troppo bene quei lidi, non sono fatti per la pesca in acque basse, le palme da cocco, la fitta boscaglia, la buona cucina, i magici sogni, le galanti avventure, la filosofica speculazione, la dignitosa sopravvivenza.
Le parole sono importanti, signora mia. Sempre il massimo rispetto per tutti quei millenni e chilometri di tavolette d'argilla e carta e ancora silicio e cavi coassiali. Una volta ebbi anche l'onore di lavorare da postino. L'altra sera ho finalmente cancellato o rinviato al mittente l'onta di scritte neofascistoidi nella stazione di Marina di Cerveteri. Sono piccole, presenili, ma son soddisfazioni.
14/07/2003
si guardano le case e le cose da altri punti di vista, tra cui quelli del demolitore, del costruttore, del barbone.
servono tutti i muscoli, alluce e cerebro compresi; se ne scoprono di nuovi. Lo stesso vale per gli angoli della propria auto, e/o del furgone noleggiato ovvero prestato dall'amico. Lo stesso vale per le proprieta' dell'impianto di ventilazione dell'autovettura.
si considerano amici, conoscenti, parenti in una nuova prospettiva; e' il momento giusto per aggiornare la rubrica, cancellare aggiungere, ma piu' cancellare.
si gettano occhiate benevole sugli antichi oggetti, ricordi; e' il momento di liberarsene, liberarli al Riciclo, se lo sono conquistato.
si fa da prova vivente del 2. principio della termodinamica; l'energia dispersa con tossine di varia natura provoca tuttavia puzza ai piedi.
si fa da catalizzatore attivo della trasformazione del Tempo Dato in Spazio Nuovo, e di buona musica radiofonica in pensieri non ostili al resto del mondo e del proprio futuro.
si puo' percorrere piu' volte al giorno la pontina, 3. strada piu' pericolosa d'italia, e il centro di Roma, e il suo gran-ran occhio annullare, sfiorando gl'incidenti come ulisse le sirene.
ecco fatto, un altro trasloco. Il mio sport preferito.
11/07/2003
ali
chiamo cosi' il piccolo. Mi e' successo con la grande di dimenticarmi quasi tutto dei suoi primi mesi di vita: veglie, piccole dimensioni del corpo, malanni, cosi' che il fratellino prese le misure giuste per farsi ricordare a lungo.
Alessio biondo dagli occhi azzurri sfumati grigi, quelli della madre ma senza una vita dietro, Ali dai risi e sorrisi integrali, pieno di fiducia incondizionata per chi gli da' fiducia, o basta un sorriso. Ali solare.
Alessio che tutte le commesse e le passanti mi invidiano, finche' non si accorgono di qualcosa di troppo, o di troppo poco.
Alessio cosi' vispo, vitale, biofilo, strapieno di voglia di dare e di avere, aggressivo, dolce, ironico, anche sarcastico, finche' la sua difettosa carburazione lo permette. Sempre in ritardo, ma forse gia' prima degli altri conscio della vanita' del primeggiare, dell'anticipare, del lottare, del faticare per arrivare presto subito a...
Da dove ha ripreso questa forza, questa necessita' di vivere, da indifferente, apatico, rassegnato comatoso che era: solo da vitamina betaina acido folico? Ma se e' cosi', noialtri normali, abili, in salute, in forma, che diavolo di malattia abbiamo e ignoriamo di avere, per non bruciare pienamente la nostra benzina naturale.
Che meccanismo patologico ci impedisce di essere cosi' aperti, immediati, diretti, disponibili, curiosi, in movimento anche senza progetti precisi, attenti alle tracce degli aerei nel cielo, alle armonie musicali, ad un cane che abbaia, alle mosche sulla finestra, al pianto e alla risata degli altri, finche' sonno non vinca?
Non saro' io normale un po' malato, e un po' normale Ali che ancora "normalmente" non parla non scrive non disegna, ma si fa capire perfettamente per quel che gli serve, e coi gesti e' molto piu' bravo di me, e segue i propri desideri molto meglio di me?
Non sara' che se c'e' una mosca alla finestra, una finestra come questa, a guardare, e da guardare, chiusasi in gabbia da sola, quella mosca sono io?
Caro Al, sono io a sperare che tu non mi scordi.
postato da all 11/07/2003 19:04 commenti

Ci sono suoni antichi che non riesco a dimenticare del tutto, ormai sono incisi dentro. La zampogna, il motore della mia Guzzi v7 special, il cielo la conservi ovunque sia ora, lo scroscio del vecchio sciacquone a catena, il pallone di cuoio che fischia a due millimetri dalla testa, la macchina da scrivere di mio padre. Ogni tanto, sempre piu' raramente, qualcuno o qualcosa tocca il juke-box, o ci inciampa su. Ed ecco l'olivetti paterna che esce dalla valigetta impolverata nel sottotetto del cranio, scatta la sicura, scorre il rullo con dentro il foglio bianco, e parte nella nuvoletta di fumo azzurro di una gitane.
Mi accorgo di aver fatto gli auguri di compleanno ad un'ombra che scrive in un forum, senza averli fatti ad una sorella lontana, come previsto ritualmente in questi giorni. Me ne sono dimenticato, quest'anno. Sara' perche' non ci scriviamo piu' da tanto tempo.
Se non mi scrivo le cose, me le dimentico facilmente. D'altra parte non vorrei cedere a quest'andazzo, e continuo a sottrarmi alla dipendenza da agenda. Cerco di tenermi allenati i neuroni residui mandando in memoria numeri di telefono, nomi, ordini del giorno, liste della spesa. Il risultato e' una carnevalata di post-it e coriandoli vari per casa, in borsa e nelle tasche, nel pc, uno pseudoblog, appuntamenti mancati, ritardi, equivoci, multe e more, ma anche coincidenze, contropiedi, anticipi sorprendenti, silenzi opportuni, timidi, altezzosi, rispettosi, arroganti, compiacenti, dissidenti, tutto fuorche' quello che sono.
Devo trovare il sistema per insegnare a mia figlia a tenere bene la penna in mano, come si deve e non come fosse un joystick, prima che cominci a prendere in mano un joystick.
10/07/2003
Mi telefona un'amica, Ilaria, Ti devo ringraziare, sai quel libro che mi hai consigliato, era proprio quello che cercavo da due tre anni, ma come hai fatto, ma davvero nemmeno l'avevi letto, eccetera. Di nulla Ilaria, mi fa piacere, mi ricordi i vecchi tempi, quando stavo in libreria e suggerivo sostenevo sicuri accostamenti tra amico e scrittura, lettore e libro, compratore e rimanenza, cosi' nonchalancemente da nascondere il fatto che dei titoli venduti avro' letto circa lo 0,01%. Alcuni clienti, soprattutto gli amici, poi tornavano a ringraziarmi, orpo ci avevo azzeccato, era proprio quella la cosa giusta per quel periodo, per quella ricerca, per quel regalo. Molti altri non tornavano, di questi una piccola parte non ebbe occasione di ripassare da quelle parti. Tornera' Ilaria, mi ha avvertito, a farsi consigliare un altro libro, e gliene daro' un altro, qui in biblioteca ce ne sono tanti, che non ho mai letto, o di cui ho dimenticato il contenuto, m'ispirera', magari per una presunta piccola ma fresca dissonante variazione di rotta narrativa rispetto al precedente.
Non mi piace parlare di libri, parlare sui libri, parlare tra i libri come scorciatoia fasulla del dialogo vero tra esseri in carne ed ossa che avvertano una reciproca voglia di comunicare tra loro, su di loro. Succede anche che parlando di libri passa la voglia di parlarsi.
10/07/2003
urlinuninterno
Ma che sta succedendo? Come mai tutti 'sti uomini bassi rapati che vanno in giro con la maglietta nera?
Mamma quando torna papa', gli dici che non ci sono?
Papa', come si scrive berlusconi?
scherzi infami complottati con la madre
..hmh..a...apa! mi prende il mento con tre dita ahmpa! apa' me lo gira verso l'oggetto ...pai? apa..h.ahi? ...hnapa? non mollera', finche' non faro' quello che vuole
- Vuoi un biscotto? -
... nnnnna'! non molla
- Vuoi bere? - all'estremo limite della Pazienza
... nnnnnnnnna' !! scuote la testa, riprende il mento
- Zo vuoi? Le bolle di sapone? - lo sapevo, ma...
mmm andiamo fuori
- Papi anch'io! - la sorella
- ... -
09/07/2003
Legge, immerso nel libro nuovo croccante, mentre il 31 sulla tangenziale del Trullo va al massimo tremando tutto e fischiando come un sinistro di Giggi, un racconto secco e preciso, dritto all'epilogo imprevedibile, sente una borsa indugiare sulla sua spalla, scorge un grosso avambraccio, pallido e maculato, sa di varechina, dopo tre righe si alza - grazie - senza staccare gli occhi dal libro, s'appende al posto della signora, e il 31 vorrebbe tanto decollare, l'egoista, ma la strada lo trattiene, abile, esperta... Quando chiude il libro, l'autobus e' pieno di gente.
09/07/2003
Messi a dimora in due scarpone a punta tonda
- hi! l'il-abner -
gli steli di quella pianta bizzarra
si riscaldano incortecciati in calzamaglia bordeaux, sorreggono
una specie di sipario angoloso, acrilico a strisce bianche rosa arancioni marroni, luccicose d'argento. Una specie di poncho col cappuccio forse
sotto le fronde nere
stretto in vita da una cinta, e lungo le braccia in modo da coprire con una punta mezzo dorso di mano, e scoprire il bordo' con tagli a campanile alpino
Fuori dal mondo - ma a quanto pare vive
dice il sorriso tirando i dadi.
Niente tempo per registrare altro, c'era la partita
tra l'ebano e il noce dei suoi specchi: quando se n'e' andata era in vantaggio il nero, in un campo umido, faticoso
venato di rosso
Linfa che corre, viene e va, chissa' come e perche'.
09/07/2003
C'erano anche i filobus con i tram e gli autobus, bicolori, verde scuro e verde chiaro, e dentro il bigliettaio a giacca aperta e cravatta lenta e occhio vacuo sul Messaggero, seduto in diagonale e appoggiato sui gomiti come al bar, si leccava il dito, staccava svogliatamente il biglietto e pescava monete di resto sistemate per buche, invece le banconote se le metteva in tasca tra una doppia debrajata e l'altra dell'autista. Il quale autista era il Capo, che' giammai distoglieva il guardo dall'orizzonte - men che mai quando qualcuno gli chiedeva udienza, e se era una ragazza a parlargli lui riusciva superbamente ad intrattenerla e radiografarla senza mai voltarsi - ne' dal pomo del lungo cambio staccava le nocche, se non in prossimita' di curve strette per caricare sul timone solenni virate a due braccia. I sedili in formica screziata beige dura e sottile fissata con borchie di ferro, comodissimi se trovavi il posto, altrimenti ti aggrappavi ai sostegni metallici lubrificati e graffiati nei punti strategici da mani sudate e inanellate, guardando il pavimento Pirelli a righe che si gonfiava in bolle insidiose da cui probabilmente sarebbero sprigionati gli ammortizzatori sclerotici tra una buca e l'altra, tra una frenata e l'altra, tra una coscia e l'altra. A Villa Borghese si scendeva, e sulla panchina di legno verde scrostato si tiravano fuori le figu.
08/07/2003
Ha una borsa e se la mette sulle ginocchia, sicuramente contiene una penna. Ora la signora sa che potrebbe prendere la penna e come previsto scrivere data e ora sul biglietto, oppure far finta di non saperlo o di non avere la penna e risparmiare il costo di un biglietto con la scusa della macchinetta rotta. Fa la seconda cosa, la signora, e si mette il biglietto in tasca, lentamente, quasi di nascosto. Un suo encefalogramma mostrerebbe a questo punto picchi irregolari, mentre l'infinita' di sinapsi della sua preziosa materia grigia non fa altro che fibrillare su quell'unico tema: Rappresaglie del controllore in rapporto al disservizio dei mezzi pubblici e alle tasse di noi che le paghiamo fino all'ulimo centesimo. Una ragazza ben piantata si avvicina all'uscita, porta un cinturone largo di similpelle beige con una fibbiona rotonda di latta dal diametro di almeno 20 cm, finalmente scende alla fermata successiva.
Oggi ho passato piu' tempo in autobus e alle fermate che a produrre qualcosa di sostanzioso, mi chiedo se il posto che occupo negli spazi pubblici sia giustificato da un cosi' magro risultato, se continuo cosi' oggi non avro' alibi per aver tolto sedie destinate a lombi piu' produttivi e riproduttivi, mi sentiro' un parassita peggiore della signora in rosso pur pagando regolare abbonamento mensile. Per cui ora la pianto con questa manfrina e mi mettero' forsennatamente al lavoro, l'obiettivo a breve termine e' uscire da qui orgoglioso e fiero, prendere l'ultimo bus della giornata senza ombre calvinistiche su una coscienza netta e trasparente, e stavolta di non perdere il treno.
08/07/2003
"Cos'e' la lettura se non una conversazione silenziosa?". Ci guardiamo, io e il bel sedere di quella la' che esce da Feltrinelli, e alziamo il sopracciglio pensando la stessa cosa: sara' come dice quello, ma quanto sarebbe bello ora dormire in pace, o almeno in silenzio, stare al fresco di un pino, a mollo in piscina, fare il morto tra i mari blu e verdi e oro, su un prato, il cielo sopra di noi e il mondo sotto, chiuso sigillato il frastuono, il murmure. E invece siamo qui, incatenati e sudaticci alla fermata del bus, a guardarci sotto il Sole delle Tre. Che a sua maggior gloria pure le cicale sono venute a friggersi, tra i pini di piazza argentina, mentre il maledetto 628 non arriva, non arrivera' mai, non arriva piu'.
Ieri sono rimasto fregato. Per la prima volta da quando faccio il pendolare, ho perso l'ultimo treno utile, l'ho visto passare puntuale sopra la mia testa mentre correvo sotto il ponte di via gregorio settimo. Sono rimasto a Roma, a dormire nella casa paterna, vuota. Accendiamo la tivvu' va', e' una vita che non vedo qualcosa di buono alla tivvu', a mezzanotte raitre non tradiva mai. E' la tegolata finale. un servizio sulle ragazzine da strada brasiliane con interviste a loro e agli italioti che vanno tranquilli a scoparsele, c'e' pure lo scoop di un pedofilo giapponese in flagrante che piange. Vado a dormire vaccinato e manco una birrina, il frigo e' piu' vuoto della casa, che il giapponese si sbudelli, che venga fratello aids e si divori tutti.
Arriva, il 628, e non e' nemmeno pieno, anzi e' mezzo vuoto, strano, con l'aria condizionata fresca il giusto. Mi siedo al tavolo da 4 dietro l'obliteratrice, fronte a prua. A corso rinascimento sale una signora trascurabile dal vestito di cotone rosso, grandi occhiali scuri, biglietto in mano. E' il vecchio tipo di biglietto, quello senza striscia magnetica, e lo tiene dritto puntando la macchinetta vecchia, quella rettangolare arancione, anzi il colore e' giallo cromo, per essere esatti e perche' si sappia che ho letto il libro, mentre l'altra e' gialla gialla. La manovra e' lenta e precisa, modulata sulle irregolarita' dei sampietrini davanti al senato. Il biglietto penetra come d'uopo, la signora e' attentissima a non piegarlo nel percorso, ma la macchinetta non se ne avvede, non scatta, e tace. La signora riprova, piu' decisa. Nulla. La signora si toglie gli occhiali, guarda il biglietto, guarda l'obliteratrice, si rimette gli occhiali, guarda la schiena dell'autista, la sua faccia riflessa nel retrovisore interno, guarda passeggeri che se ne strafottono, perplessa prende posto.
07/07/2003
Stamattina rivedo dopo tanto tempo il professor Mercuri, Lamberto per gli amici. Stava chiedendo gli orari dei treni all'edicola della stazione di Marina di Cerveteri - Campo di Mare - Cerenova - Chissa' che s'inventeranno ancora, nei pressi.
- Professore sono indeciso - che prendo, Repubblica o L'Unita'?
Il professore, ora in pensione, e' stato docente universitario, sempre impegnato politicamente, fu partigiano nel Partito d'Azione, segretario di Ferruccio Parri, socialista lombardiano, protagonista e storico della Resistenza, praticamente uno degli ultimi dinosauri.
- Eh, guarda chi c'e'... come va? La Repubblica, ecco forse e' meglio.
Irriducibile fazioso anticomunista, o meglio antistalinista, non prese mai sul serio la diluizione democratica del Pci, tantomeno del suo organo. I primi tempi penso' ad una mascherata, un bluff, poi gli sembro' spettacolo avvilente, infine irrilevante. Dirigeva una biblioteca ricca di storia contemporanea in Via Cola di Rienzo, che ora non c'e' piu', mentre io lavoravo nella sua libreria di fiducia a Belsito, che c'e' ancora ma e' altra cosa da cio' che mi assorbi' sette anni di sudore. Mi ha riconosciuto, dunque non e' ancora rimbambito, dunque leggere e incazzarsi sempre fa bene. Oddio, speriamo che non mi chieda un'altra volta di aiutarlo a traslocare, con tutta quella carta.
- Come mai da queste parti?
E' in villeggiatura, ospite di un conoscente. Prima che arrivi il mio turno per Roma, il professore fa in tempo a manifestarmi il suo fraterno disprezzo per quel verme di Aldo Aniasi, che zitto zitto insieme alla sua biblioteca si e' portato via di tutto e di piu', da bravo socialista craxiano, dalle tesi di laurea alla scrivania in legno, regalata personalmente da Ferruccio Parri al suo segretario. E' preoccupato per i destini della nostra ex-libreria, che vivacchia alla meno peggio, da quando Lucio se ne ando'. La lascio' alle figlie, di cui pure e' preoccupato il vecchio amico di famiglia. Ci siamo dati una buona stretta di mano durante la frenata del regionale, dunque a pressione sta bene professore eh, e un improbabile appuntamento in data e luogo da definire, pensando ai tempi d'oro del mister, suo amico di una vita, mio maestro, il piccolo grande libraio Lucio Tirelli.
- Ci vediamo, professore. - Arrivederci carissimo.
07/07/2003
Il treno lo prendo da Marina di Cerveteri, arrivando da una decina di km e di minuti. Bisognerebbe trovare una tregua sulle parole, almeno, visto che sulle cose la guerra e' totale, ognuno fa e arraffa quello che gli conviene, pestando i cadaveri. Convivenza pacifica sulle parole. Per esempio, cerchiamo di capirci quando parliamo di *periferia*. Quanto e' Periferia Cerenova, nata negli anni 60-70 e pero' a mezz'ora di treno da San Pietro? Qual'e' la *periferia urbana*? Intorno al centro storico (intorno alle antiche mura), ce ne sono tante: degradate, residenziali, di lusso, abusive faidate', quelle diventate "zone centrali", industriali, commerciali, rustiche. Nomi. Roma Nord-Ovest, Balduina: era campagna, e ancora c'e' la Valle dell'Inferno che la divide da Primavalle. Prima erano due periferie distinte e separate, villaggi in grande col loro sabato, i loro matti, i cdq, i loro gruppi ultra'. Ora fanno parte di Roma, Roma a caro prezzo/m2 e basta. Casalotti, il Quartaccio, Ottavia, La Storta, Cerquetta, Olgiata, Castel Giubileo, non-periferie, alcune depresse e deprimenti, altre attraenti e ricercate, esclusive.
A Monte Mario, vicino all'ex manicomio e al carcere minorile, c'e' di tutto: baracche residue e villette bifamiliari condonate, case popolari e palazzi videocitofonati, i vecchi prendono il bus dicendo ancora "vado a Roma", per i ragazzi tra quella Roma e quell'altra non c'e' gran differenza, si infilano nei videogiochi, in internet, sul motorino, oppure spariscono, semplicemente, in silenzio - una volta li vedevi col pallone per strada, poi sui muretti senza pallone, adesso boh. A Valle Aurelia, un tiro di schioppo da San Pietro, enormi pollai verticali grigi a vezzose strisce di cemento fucsia.
Il Centro si distingue dalla Periferia solo perche' c'e' pur sempre bisogno di capire e far capire chi puo' e chi non puo', chi ordina e chi segue. Luogo economico, sede di rappresentanza, palcoscenico, riserva di caccia, vetrina, collezione, archivio, maschera di autorita', rituale, museo.
Non e' piu' l'habitat tradizionale degli autoctoni, che sono ormai roba da collezione. In centro, come in periferia, si trova di tutto, si trova tutti. In centro si trasferisce il periferico arricchito, in periferia compra casa il centrale in disarmo. Periferia e' un termine urbanistico ormai vago, dice poco, sempre piu' elastico e sfilacciato, sarebbe piu' interessante parlare di periferia mentale, la periferia della rassegnazione o del distacco, la periferia di chi va avanti accontentandosi di poco. O di chi preferisce riorganizzarsi, vivere ai margini, ma a contatto con persone in carne e ossa, anziche' con manichini di successo o coi ricordi di altri tempi.
07/07/2003
S'alzo' un url
Uno, la mattina presto del lunedi', riemergendo da un sonno troppo breve, riesce a stimare per il suo valore autentico solo quella notizia di realta' circostante che abbia forma di caffettiera, calore di liquido bollente, color marronero. Questo vale ancor piu' in luglio: ustionarsi il garga protegge anche dal caldo mattutino in accelerazione rapida, chiodo schiaccia chiodo, dicono i beduini sorseggiando karkade' a 90 gradi. Avànzino pure, inesorabili, silenziose, s'àrcuino gigantesche e possenti le ondate che dall'orizzonte in ordinata successione galoppano per travolgerti a due a due e tutte insieme contro uno, senza arbitri ne' moviole cui gridare: i due lavori, i due puzzoni, le sue due birkenstock, i due suoceri, i due minuti prima di perdere il prossimo treno. Ho bevuto il caffe', ho preso il tempo, e m'infilo nella gola dell'onda tremenda. A quella dopo scrocco un passaggio a riva, mi trascina la sua potenza cieca. La pulce sul dorso della Tigre.
Macchie di asfalto disciolto sparse per strada, e sul marciapiede di fronte all'ufficio, se di asfalto si tratta, oggi. Le evito attento. Dovrei invece evitare di continuare, prudentemente. Ma ho bevuto il caffe', inizi la settimattanza.
07/07/2003
see the lonely boy out on the week-end / trying to make it pay / can't relate to joy, he tries to speak and / can't begin to say.
Out on the weekend, saranno vent'anni? che non mettevo Harvest sul piatto. Le stesse parole, la stessa armonica, lo stesso basso. Il messaggio invece è cambiato assai. Diavolo d'un Neil Young
05/07/2003
questa scarpa va di qua o di la'?
papa' Alessio vuole un biscotto, glielo dai?
ma perche' Alessio non parla?
che lavoro fai tu?
mi dai una caramella, no due?
mi sono amorata di Danilo.
05/07/2003
Oggi abbiamo raggiunto Montana, Bulgaria - tra Sofia e il confine rumeno -. A descrivercela, la famigliola bulgara ospite a pranzo. Lui ha 40 anni e lavora come veterinario in uno studio qua vicino, a Cerveteri, in un ambulatorio 24/24 ore, in nero, soprattutto di notte, da tre anni. Lei fa la maestra di musica in una scuola elementare di Montana. Vede lui solo l'estate, con la bambina. Stanno mettendo su i soldi per comprarsi casa. Dopo tre anni, lui ha comprato il terreno e avviato i primi lavori, dice che mancano 40mila euro, dopodiché tornerà finalmente ad una vita normale, avviando uno studio a Sofia, tornando la notte a casa. Da tre anni paga un affitto a Cerenova, ma dorme sempre nell'ambulatorio, quelle mezz'ore che non lo svegliano i cani ricoverati o i loro padroni ansiosi di sapere se.
Non ha l'automobile. Dopo aver castrato un cavallo sono venuti tutti qui con mia moglie, sua collega. Un terzetto dai modi antichi, timidi e gentili; sorridendo rendevano meno faticoso il loro italiano scarsissimo. Alessio pimpante come al solito con le facce nuove, diventato euforico appena notato che la bimba non parlava l'italiano. Lei, più grande, si è fatta trascinare dai monosillabi di Ale; hanno mangiato poco, per la fretta di giocare.
05/07/2003
Mi son fatto un giretto per altri blog, qua e là tra le decinaia di migliaia. Tra parentesi segnalo la selezione fatta con atletico Gesto e gusto in primabase.splinder.it . La costante dei blogger è la solita eterna ricerca del/la complice, di una nicchia sociale. Uno spicchio di specchio collettivo in più, da aggiungere a quelli conquistati a scuola, nelle vacanze di gruppo, nelle feste, all'università, al lavoro, alla pausa caffè o mensa, al calcetto (invecchiando, prima era il calcio). Nelle telefonate, nelle chat, nei forum. L'eterna ricerca del codice esterno, aggiornata all'epoca della comunicazione a distanza.
Tornando al mio blog, l'ho trovato del tutto inadeguato, fuori posto. Sfuggente ai bloggers più scaltri e arguti, patetico ai più coglioni tra loro.
Mi piace così. E' un po' come Alessio.
04/07/2003
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O Doutor Siro, anni trenta
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I parenti non si scelgono. E io mi ritrovo familiari sparsi per il mondo, vecchi e nuovi, nati qua e là, e che spesso si sono allontanati dal luogo di origine, appena hanno potuto. A causa di questa costante centrifuga del mio parentado, per fare mente locale cominciai fin da bambino ad orientarmi associando ai quattro nonni i quattro punti cardinali. Al Nord Giuseppina la piemontese educata in Svizzera, il suo Siro all'Ovest, al profondo Sud Giovambattista, un gigante da Pantelleria, a braccetto della piccola, adriatica Lucia dell'Est. Dunque: del S/E i nonni materni, più bonari e solari, mediterranei; i paterni, testardi e rigorosi, sistemati nel fronte N/O. Ma mentre ho potuto conoscere e amare gli altri tre, il nonno paterno l'ho visto solo in pochissime fotografie, e di lui poco sapevo fino a ieri, quando, finalmente, sono riuscito con un trucchetto a strappare dalla memoria di mio padre qualcosa di più, e di scritto perfino. Ho dedicato perciò questo spazio alla figura per me ancora misteriosa e leggendaria del mio nonno occidentale Siro, riportando qualche ricordo del suo primogenito Giorgio, nonno a sua volta di otto nipoti, tra cui Alessio e Valentina.
"Di mio padre so molto, perché me ne parlava spesso mia madre, mostrandomi anche fotografie scattate in vari luoghi; ma direttamente ricordo poco, solo episodi brevi e separati ma molto vivi e 'a colori', e tutti ambientati in Brasile. Dopo le nozze, la decisione di mio padre di andare in Brasile non costituì per mia madre un problema: fin dall'infanzia era stata abituata a viaggiare; inoltre, amava molto il suo impetuoso marito. Ma anche Siro doveva amarla davvero molto se, pur di sposarla, e in chiesa come lei voleva, acconsentì farsi battezzare. Infatti, suo padre Tito, socialista ottocentesco fieramente anticlericale, non aveva fatto battezzare nessuno dei suoi figli; e il matrimonio religioso del suo primo figlio gli procurò un vero dispiacere. Appena sbarcato a Bahia (Salvador da Bahia de Todos os Santos, capoluogo della regione di Bahia) con la sposa, il giovane medico avrebbe voluto correre a lavorare nella foresta. Ma la legge brasiliana glielo impediva: prima, doveva fare un corso di convalida della sua laurea bolognese. Così rimasero a Bahia, in una casa della Avenida do Farol (Viale del Faro), dove nacqui io un anno dopo. Poi con il neonato i miei genitori partirono per l'interno, muovendosi tra i villaggi del Sertão ai margini della foresta, e anche dentro la foresta. Due anni dopo di me nacquero due gemelli, e allora mio padre si rese conto che la foresta con le capanne e le piroghe era un ambiente poco adatto a una giovane madre con tre bimbetti; si spostò nel sertão ai margini del Mato in un paesello polveroso che si chiamava Jequié, dove c'erano anche una piccola chiesa e varie case in muratura. Prese in affitto la più bella di queste, con un giardino pieno di alberi e un grande cortile recintato, e aprì uno studio medico, forse l'unico in un raggio di non so quanti chilometri. E qui da ogni parte venivano a farsi curare indios e meticci, arrivavano con carri a cavalli che legavano al cancello, e pagavano con galline, maiali, manioca, cesti di frutta, anche con uccelli variopinti, scimmie ed altri animali. Mio padre aveva una passione per gli animali, mentre mia madre non li soffrì mai, nemmeno quelli domestici: ma lei non osava vietare che molte bestie di varie specie vivessero con noi, nel grande cortile e dentro casa. Gli indios avevano saputo di quella passione del medico, e facevano a gara per portargli bestie, anche stranissime, che mio padre accoglieva con entusiasmo, teneva per qualche tempo libere o incatenate nel cortile, e poi faceva riportare nella foresta. Ricordo bene l'arrivo di un enorme tamanduá-bandeira (una specie di formichiere amazzonico col pelo lungo e la coda a ventaglio) che a me parve grande come un vitello, e stava fermo e triste incatenato in cortile, finché un giorno mio padre decise di andare con un carro a cavalli, su cui aveva fatto salire anche me, a liberarlo in una zona piena di termitai rossi che a me sembravano alti come capanne. Libera in cortile stava invece la capibara, un roditore identico ai porcelli d'India ma grande come una pecora, vegetariano e inoffensivo: un giorno andai in cortile mangiando un panino: la capibara mi si avvicinò, sentì l'odore del panino, si rizzò sulle zampe posteriori per prenderlo con i due grandi denti che vidi bianchissimi addosso alla mia faccia, mi rovesciò a terra e io mi feci un taglio sulla punta del mento, con molto sangue. Mio padre mi cucì la ferita. Rimase una cicatrice, visibile ancora oggi. La capibara fu rispedita nel Mato. Ma arrivò il veado, una specie di piccola antilope, graziosissima, con due lunghi e aguzzi cornetti paralleli. A mio padre piaceva farlo correre, velocissimo, nel cortile; finché un giorno il veado a tutta velocità andò a conficcare le due punte nel ginocchio destro di mio padre, che per qualche tempo dovette camminare con le grucce. Io avevo assistito alla scena, che mi sembrava tutto un gioco. Avevo fra i tre e i quattro anni. L'unica vera paura in quel cortile la ebbi una volta che mi ero avvicinato ad un giovane aiutante mulatto che mia madre aveva incaricato di portar via un mucchio di rottami. Stavo guardandolo mentre lavorava, e improvvisamente lui fece un balzo verso di me gridandomi di star fermo, e col bastone della scopa diede un gran colpo vicino ai miei sandali trafiggendo un enorme ragno nero peloso: sentii uno scricchiolio, vidi uscire dal corpo del ragno che si contorceva a terra un liquido arancione che mi fece molto schifo, ma mi mossi solo quando quel ragazzo mi disse di rientrare in casa. A me quel ragno tutto pelo mi sembrò grande come un catino, e così lo ricordo. Quando mio padre lo seppe, disse che era un migale, velenosissimo, e diede molte monete al giovane mulatto. Vari animali, non pericolosi, erano anche dentro casa: un armadillo, che andava sempre a nascondersi sotto i mobili, e mi piaceva molto; alcuni pappagalli multicolori; un soffré, che era un uccello nero lucente, sottile, bello, che ricantava benissimo e subito le canzoni che gli venivano fischiate davanti, ed era l'unico animale che piacesse a mia madre. Ma in casa il suo Siro teneva in gabbie di rete anche dei serpenti dai colori vivaci, e ricordo che li nutriva con uova sode e animaletti, socchiudendo uno sportellino posto in alto. Molto importante, nella casa di Jequié, fu per qualche tempo la presenza di Chico, una piccola scimmietta dal volto simpatico che sembrava sorridere sempre. Chico era mobilissimo, saltava senza sosta sulle persone, sui mobili e sugli alberi, ma non se ne andava mai via da casa. Un giorno i miei genitori erano seduti in giardino sotto un grande albero con degli amici, e c'ero anch'io. Improvvisamente arrivò Chico, saltò sul tavolino, afferrò una tazzina e si arrampicò sull'albero passando da un ramo all'altro. Ricordo mia madre che gridava: - Chico, porta qua la tazzina! -; lui si fermò a guardarci dall'alto, facendola oscillare da un dito infilato nel manico. Mia madre insisteva. E alla fine Chico scagliò giù la tazzina, che andò in mille pezzi. Tutti ridevano, tranne mia madre. L'ultima storia di animali mi riguarda direttamente, e tutte le volte che l'ho ripensata mi è parsa incredibile, benché mia madre mi abbia poi confermato che era realmente accaduta. Mio padre aveva un fucile, forse due. Un giorno, insieme al suo aiutante di fiducia Everaldino, un meticcio alto e magro, mi prese con sé e mi portò lontano, dove cominciava la foresta; c'era un piccolo villaggio di capanne vicino a un fiume, largo e molto verde. Si fece prestare una barchetta, dove mi pose a sedere. Everaldino remava, mio padre teneva il fucile. A un certo punto mi spogliò nudo, mi disse: - Adesso impari a nuotare -. Mi buttò nell'acqua gridandomi: - Nuota, nuota! -. Nel fiume c'erano degli jacaré, dei caimani. Io non li vedevo, non avevo paura, cercavo di nuotare. E mio padre si mise a sparare a qualche jacaré che stava avvicinandosi. Udii molti spari, che mi parevano fortissimi. Poi mio padre si sporse dalla barca, mi tirò dentro, e mi disse: - Bravo, sei stato coraggioso -. Una mattina, venni svegliato da una musica che veniva da fuori. Mi alzai, e senza che nessuno mi vedesse uscii scalzo nella strada. Avevo un pigiama rosso. Seguii la musica, proveniente da una tenda rizzata di notte nello spiazzo davanti alla chiesa. Mi misi carponi, alzai un lembo della tenda, e vidi degli indios tutti dipinti che ballavano in tondo cantando e suonando. Mi scorsero subito, mi cacciarono via: - Va embora menino -, vattene bambino, e io scappai a casa, dove mia madre mi stava cercando ed era già in allarme. Io dissi quel che avevo visto, fui sgridato e perdonato. Poi per tutto il giorno quegli indios, che si chiamavano caboceiros, passarono e ripassarono per il paese danzando e cantando sempre la stessa canzone e vendendo pirulitos anfilados em um palito, grosse caramelle coniche di zucchero colorato infisse su stecchi di canna: costavano um tustão, un soldo. E la sera mio padre e mia madre mi portarono in piazza a vedere lo spettacolo, che era bello, con il fuoco al centro. Mi comprarono anche dei pirulitos di vari colori. Imparai la loro canzone che diceva: «Oh minha gente, anda ligèro, vem o chegada dos caboceiros», Oh mia gente, vieni veloce a vedere i caboceiros; e forse c'era anche una seconda strofa, ma sempre con la stessa musica che non ho più dimenticato. Fu una giornata bellissima, mi sembrava di stare dentro una favola, anche perché indios così colorati e pieni di penne e piume non ne avevo ancora visti.
Avevo già più di quattro anni. Poco tempo dopo, mio padre morì. Aveva saputo che in una qualche parte del Mato, non molto lontana, c'era una tribù dove tutti stavano morendo. Decise di andare a vedere e portare soccorso. Disse a mia madre che sarebbe stato via un po' di giorni, e portò con sé Everaldino. Due o tre settimane dopo Everaldino tornò, con il corpo di mio padre in una bara: era morto anche lui per l'epidemia di tifo tropicale - un'infezione che oggi si cura con pastiglie di sulfamidici - che aveva sterminato la tribù. Aveva trent'anni, tre mesi e dieci giorni. Mia madre fu aiutata da tutto il paese di Jequié a sistemare le cose e a partire con i tre bimbetti per Bahia, dove fu sepolto 'o Doutor Siro'. Ci imbarcammo su un mercantile per l'Italia.
Cara Valentina, forse un giorno, se sarai davvero curiosa, ti scriverò di altri periodi della mia vita. Nonno Giorgio."
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04/07/2003
1. Ti ho sognata. Avevi un profumo, un sapore. Tu stavi nel buio. Avevi una torcia che accendevi ogni tanto su di me, per gioco, mai sulla tua pelle accogliente. Ti ho percorsa come un cieco.
2. C'e' questa Fiat 850 bianca targata B2(anni 70), intonsa, con la sua buffa e altera dignita', il suo grande volante sottile e nero, il suo vezzoso specchietto retrovisore da beauty-case. Ogni mattina parcheggiata in un posto diverso, ma sempre intorno al palazzo nero, volgare, sede della Confindustria. Una catena pesante dal volante al sedile tranquillizza il proprietario della vegliarda.
3. Aderisco e sostengo qualsiasi iniziativa, legale o illegale, diretta a far tacere gli altoparlanti che sbraitano RadioRoma in tutte le stazioni della metro. Mi fanno sentire come al supermercato, ma qui non vedo merce esposta, pret-a-porter. Eccetto me e altri passeggeri gia' venduti.
4. In mensa aziendale, il venerdi' c'e' pesce. Alle tre meno cinque sono il penultimo alla greppia. Tripla porzione di penne all'arrabbiata, ceci al rosmarino come se piovesse: tanto il resto si butta, una volta lo davano ad una mensa dei poveri nella parrocchia a fianco, ora per le leggi sull'igiene e sicurezza alimentare non piu'. Porzione doppia di pesce, tranci arrosto di specie merluzzoide gommosa, una consistenza insipida mai vista prima. Fino a domani ci arrivero', galleggiando.
5. L'ultimo mio cavallo bianco e' stato un asino nero andaluso, si chiamava Romolo. Il suo raglio era come una sirena di traghetto per la Sardegna, sentirlo faceva bene al cuore, ed era l'essere piu' intelligente e saggio che abbia conosciuto (dopo Rosi). Peccato non averlo ora, per portarti (via) con me.
6. Fa bene urlare, per un grande dolore.
03/07/2003
- Quell'uomo e' perikoloso! - [urlo]
Fino a qualche anno fa dovevo alzarmi regolarmente prima dell'alba, poiche' si tribolava in terra tedesca.
Mi trascinavo tra le stanze ascoltando la radio italiana ad onde medie, a quell'ora buia, solo in quell'ora ben ricevibile, da un antico modello di legno a valvole piazzato in cucina.
In diretta, ogni giorno feriale vivevo il momento del passaggio di staffetta delle notizie, le ultime del vecchio Ieri riciclate nel lievito delle prime nuove dell'Oggi appena infornato, il calcio paesano, le previsioni metereologiche, gli oroscopi casarecci.
Non che mi riguardassero troppo l'Italllia, le cronache italiane, il sole italiano, lo zodiaco italiano. Dai dintorni di Wuerzburg le seguivo distaccato come un turista, un assonnato turista da torpedone, legato ai movimenti di branco della sua comitiva, impedito a fermarsi entrare e toccare dove il suo naso vorrebbe.
Vedevo nelle faccende italiane una rassegna di oggetti in una vetrina lontana, curiosita' dietro il vetro duro di un acquario, cosi' estraneo da non poterlo nemmeno detestare.
Caricavo la moka (mai sofferto il caffe'- te' alla tedesca) con le notizie da un luogo archiviato. Il caffe' veniva piu' saporito. Se andava bene, ed era il piu' delle volte, avevo la fortuna del sottofondo di un buon repertorio di musica, anche qui, tra Passato e Presente. Tipo il frac di Modugno seguito dalle donne-tu-tu-tu-incercadiguai.
Capitava anche di risentire il buon Battiato, tra i miei favoriti. Ricordo quella volta che dalle antenne romane passo' tra i legni della vecchia radio Jupiter una canzone della sua Fisiognomica in cui, me la sono segnata, "...nomadi che cercano gli angoli della tranquillita' nelle nebbie del nord e nei tumulti delle civilta', tra i chiariscuri e la monotonia dei giorni che passano... camminatore che vai cercando la pace al crepuscolo, la troverai, alla fine della strada".
Quando uscivo di casa era ancora buio, le macchine gia' in sequenza ordinata, fari accesi sulla rugiada dei prati della provinciale. Una scena quotidiana buona per Kooyanisqatsi Reloaded.
03/07/2003
Se, una notte d'inverno, o di altre stagioni, ma con questo caldo penso all'inverno piu' volentieri, un turista "estremo", uno di quelli che girano e girano guardandosi intorno guardando senza cascarsi dentro, un viaggiatore di quelli solitari, duri, barba incolta, introversi, inquieti, irriducibili, pronti a tutto perche' niente hanno piu' da perdere, uno di quegli strani idealisti sbandati coraggiosi filosofi pazzi incoscienti nichilisti ottimisti disillusi che vedi sbucare ogni tanto da un marciapiede naso in su e affrontare a mani nude traffico e trafficanti di Roma, con la sola protezione del dio Caso, figlio di Chaos, protettore dei cani sciolti, dei viandanti disorganizzati, dei giapponesi anarchici, dell’anonimo pellegrino russo e di Jack Kerouac, di Werner Herzog e di Mister Magoo, e di Rosi (che la terra le sia lieve),
se, dunque, un turista volesse capire meglio Roma dovrebbe uscire la notte.
E gustarsi, nei rumori lenti dell'alba, l'innesco quotidiano dell'andirivieni tra periferia e centro, l'accelerazione, la congestione, il tran-tran a regime, e - restando lucidamente incantato come all’aurora - il percorso inverso la sera, il ritorno nervoso e stanco dei romani diurni alla base, il rinchiudersi dei colori del giorno nella tavolozza.
A quel punto il mio viaggiatore inquieto non trovera' pace in una birra o in una donna, se non uscendo ancora, restando nella giostra, continuando ad osservare le strade di Roma tra le luci artificiali, l'etologia notturna dei romanimali tra i neon i look le cerimonie segnaletiche notturne, dopo quella diurna degli incasellati nel traffico, nei banchi, nelle poltrone, nei bar, nelle panchine, nei ristoranti, negli ospedali, nei posti di lavoro e non.
Conosco uno che trovo' posto come guardiano al cimitero acattolico, alla Piramide. Ora fa il pendolare tra Roma e Anagni, vicino a Frosinone, impiegato in una fabbrica di elicotteri. Si chiama Carlo, magari ne riparleremo, del cimitero degl'inglesi.
Ora mi premeva dire questo: che certe cose e' meglio non farle da soli, che il mio viaggiatore per fare completo il suo piacere dovrebbe servirsi dei trasporti pubblici; solo in casi sporadici dei tassi'.
Sull'esempio di Albinati, dovrebbe usare scientificamente autobusse tram bus elettrici, potenti laboratori di analisi per i suoi studi.
Della Scuola del 19 gia' abbiamo visto i frutti. Proporrei per la mia modesta esperienza - tanto per cominciare - un Corso sul 913, la linea che va da via Achille Mauri, periferico patriota risorgimentale emarginato tra l'ex-manicomio sulla Trionfale e le fratte dell'Insugherata, fino a piazza Augusto Imperatore.
Una volta il 913 si chiamava 47, un numero che hanno fatto di tutto per rendermelo antipatico, e invece mi e' rimasto caro. Era lui a portarmi al liceo nel secolo scorso.
02/07/2003
Ci sono riuscito. Ho beccato mia sorella, gliel'ho mollato. Il puzzle. Non che non mi sia divertito, anche. Prima in treno, dove ormai rimorchiamo alla grande, stavolta una psicologa dinamica (dice lei), poi dall'ottico mega in via nazionale, facendosela a piedi da Termini per stroncarlo (tentativo fallito), quindi in metro, ad eur magliana, ci siamo fatti parchetto porco e scalinata grovierone come niente, dovevamo firmare e macchiare di fanta il fantastico.co.co.co.contratto col comune, fino a fine anno nuncesepenzappiu', tocca vede come potremo onorare gli altri impegni, ma a tutto c'e' rimedio e con maroni tra i co.co.co.joni ogni lasciata e' persa, arraffa arraffa finche' puoi, cosi' abbiamo rifatto la scalinata del popolo di trasmigratori piu' freschi e incasinati che pria, la metro fino a Termini, ancora, il 64 che non e' un bus ma un'esperienza estetico-iniziatica, una performance biennaleggiante continuata, a piazza argentina che e' il vero ombelico romano siamo scesi per raggiungere la vecchia sede dell'ufficio che mo' stalleur, svuotata come un guscio d'ovo alla coque, quel ritaglio stava ancora nel cassetto pero' e ce lo siamo finalmente ripreso, e visto che c'eravamo abbiamo pisciato e fatto abluzioni varie alla grande, il bagno pulito come mai fu, salutato i superstiti, telefonato alla sorella - ah allora sei libera? -piu' sollevati che pria siam tornati all'ombelico, per festeggiare e perche' c'e' losco nto del 30 ci siam comprati al chiosco fuori un libro, la vita istruzioni per l'uso se vuoi sapere quale, era tanto che volevo leggere Perec, poi l'avevo dimenticato di volerlo tanto leggere, ma oggi stava li' sottosconto e il bus non arrivava, abbiamo pagato e il puzz s'e' preso come sua la bustina rossa, tutto contento, 64 secondo atto fino alla stazione sampietro, trenino ciuciu', a balduina la sorella.
E' stato bravo. Nel suo primo giorno con gli occhiali, ancora non li ha fiondati via.
02/07/2003
Chi sei. Da dove vieni. Che vuoi.
Perche’ ti avvicini. Stai li’. Quando te ne vai.
Perche’ non ritorni nel nulla di prima.
Che vuoi, cosa cerchi di avere, di sapere.
Perche’ mi guardi, mi ascolti, mi intercetti.
Perche’ non mi ignori come prima.
Hai una faccia, come il resto.
E allora.
Perche’ dovrei occuparmi di te.
Al tuo modo di fare e di parlare, o di tacere, le tue mosse, la tua quiete: no.
Non mi mancava questo, che ora mi disturba, mi complica l’ora, la giornata, la vita.
Io, diffido di te.
Sei inutile e ingombrante per me. Per quello che so di me.
Non sei come me, hai un altro modo di essere e di agire, di vedere e di ascoltare.
Sei di un’altra cultura, o natura.
Sei un Altro.
Un altro seccatore. Vattene.
Se non te ne vai, ti faccio sparire io.
Io e i miei parenti. Io e i simili al mio io. Io e il mio specchio. Io e casa mia.
Non e’ un crimine.
Solo un in piu’ nella discarica, in anticipo.
Il prezzo della mia integrita’ nella mia casa pulita.
Una liberta’ duratura ha da essere pura.
Io ed io. Io e il dio. Il mio.
Niente altro, ne' altrove. Non altro...
Keine Einbeziehung des Anderen.
Vattene, al...
01/07/2003
Rosi e il denaro.
Rosi aveva un sogno rivoluzionario. Mentre gli altri dormivano desiderando altro, Rosi testarda seguiva il suo sogno da sola. Diceva sempre: sola quando sono nata, sola quando sogno, sola quando moriro’. E: la vita e’ una sola. Rosi usava entrambi gli accenti tonici, non buttava nulla.
Dunque il suo sogno praticato era l’Abolizione del Denaro: mangiava quello di carta e disperdeva in angoli remoti gli spiccioli. In questo modo, cancellava in un batter d’occhio l’intera filiera monetaria capitalistica, il debito dei Paesi poveri, ogni rapporto di sfruttamento e di mercificazione dell’Uomo e della Natura, un bel po' di voli inquinanti, e distribuiva i resti nelle zone marginali. Sognava e praticava l’esproprio per giusta causa e il baratto: concime (di qualita’) per cibo (anche scadente), seguendo un modello di reinvestimento produttivo totale che i bove' riconoscono ancora insuperato.
01/07/2003
l'url esclude alcuni luoghi di vacanza dalla rosa dei candidati
*A partire dal primo giorno di luglio, come di consueto, il Cittadino sarà presente in montagna nelle rivendite della Valtellina, delle Valli Bergamasche, della Valcamonica, delle Dolomiti e dell'Appennino Piacentino.* ( ilcittadino.it )
Preghiera della sera
... O dio dinero ordinador odordanaroso dorado ...
fai che venga presto il famoso giorno in cui anche la merda avrà un valore,
perché quel giorno i più poveri diventando stitici avranno meno voglia di mangiare,
aiuta chi sta scoppiando di salute,
anticipagli l'inevitabile malattia,
diminuisci il peso medio terrestre degli americani,
dei cani ricchi,
dei nati con la camicia,
dei moribondi camiciazzurrati,
dei nasi grassi saturi mai sazi
e sparisci subito dopo.
01/07/2003
- mi dia un etto e mezzo di ricordi! - urlo'
- mangia subito o porta via?
Le parole degli altri.
Come vivere bene senza? Se non ci fossero gli altri, gli specchi impietosi a ridimensionarci, chissa' che ci crederemmo, nel nostro reame.
Fa bene, sentirsi sbattere in faccia, la nuda verita' - la loro verita'. Liscia, secca. Una secchiata di verita' gelata.
Si vacilla, l'arbitro conta i secondi. Si stava meglio prima. Ma non si puo' dire che non faccia bene, essere misurati obiettivamente, da inconsapevoli medici sportivi, o legali. Un'amica mi scrive da Londra. Cercai di replicare, come non ricordo.
ciao a.
la memoria lunga mi sembra un'initiativa carina.
Magari scrivero un pezzo sul mio nonnetto quendo trovo
un po' di tempo. Vedo che ti stai ritirando
nell'Elfenbeinturm della familia. E la Rai?
Berlusconi la fara a pezzi e la vendera a Murdoch o a
sua moglie? ieri la London School of Economics ha
organizzata una serata di dibattito sull'Italia. C'era
Ginsborg, Anthony Giddens e uno dell'universita di
Bologna e c'era molto pessimismo nell'aria.
tanti saluti
Nina
01/07/2003
l'url ultimamente non dormi' il giusto, soffre di caldo endogeno esogeno interfacciale, e oggi ancora deve prendere il terzo caffe'. Si guarda intorno, e non si compiace dello spettacolo. Non cedete alle sue provocazioni. Meglio non rispondergli, se vi rivolge l'al/ito
Perche' sono costretto a vedere una copertina e un dossier ragionevole sul disgraziato solo ora, sullo Spiegel di questa settimana? [ www.spiegel.de ]
Perche' i vigliacchi che illudono e armano i ragazzi kamikaze non li hanno mai imbottiti con l'atomica?
Perche' i militari israeliani hanno smarrito la ragione e la memoria?
Perche' non si parla di alleanze occidentali & interventi umanitari in Palestina, qua a due passi, come in Kossovo, nel Far Afghanistan, nel New Yrak?
Perche' i vuoti a perdere galleggiano e i pieni di se' pure?
Perche' i migliori se ne vanno prima? Vabbe' la Hepburn aveva 96 anni, ma in questi giorni e' una carneficina
Perche' cio' che resta puo' esser solo: il decantato, il sedimentato, il precipitato, l'essiccato, il liofilizzato, il congelato, il pietrificato, l'elaborato, lo smemorato, l'adeguato, l'integrato, l'ingrato, il rimbambito? senza offesa per i bimbi e per Bambi
Potrebbe un dio onnipotente creare un macigno cosi' pesante da non poterlo piu' sollevare? qualcosa come un formidabile definitivo malditesta