31/01/2004

Libro. uno stupefacente che ormai puoi trovare ovunque: nel profondo texas, in finlandia, la terra della fine, e oltre, sino agli estremi limiti della lombardia. Librerie. luoghi di spaccio. ne ho esperienza: passiva (da consumatore), attiva (da venditore), critica (da voyeur). sono sopravvissuto agli effetti devastanti del libro, a quanto pare, non importa in che condizioni. l'importante è sopravvivere, il resto è vanità. credo grazie ad un miracoloso fenomeno di adattamento al veleno, simile a quello per cui il signor mitridate visse cent’anni cucinandosi porcherie fin da piccolo. oppure perché dài, tutto sommato me ne sono sempre fatti pochi, di libri. se si pensa che ogni anno ne escono trentamila nuovi, solo in italiano. o forse devo ringraziare il destino, che mi fiondò in quei centri di riabilitazione chiamati ‘biblioteche’, prima come paziente, poi come operatore. dove impari a stare tra i libri come tra le passanti di via del corso: frenando il pappone che è in te, e che vorrebbe prima farsele tutte, per poi venderle. Per inciso, non si capisce perché a una cosa così femminile, specie al tatto, come un libro si sia data una definizione di genere maschile (o neutro, herr gutenberg). sulle librerie, torbidi luoghi in cui il debole librodipendente dimagrisce e muore, illuso, allucinato, accecato, alienato, povero ma infelice, mentre il libraio ingrassa, ho i miei gusti, e più di un sogno. evito le librerie affollate, o deserte ma col commesso appiccicoso, o con gli scaffali non di legno, o con la musica in sottofondo, o con i cartelli indicatori dei generi, o nei supermercati, e quelle con le vetrine piene di bestsellers, e poi quelle con i bestsellers. frequento più volentieri le librerie senza insegne al neon delle strade secondarie (eccezione: corso rinascimento), le caotiche, le dell’usato, le misteriose, quelle in cui si raccontano barzellette, si parla di calcio e di donne, e ci trovi sempre un tipo strambo o una fatalona. insomma, quelle che - spacciato per spacciato - vale la pena salvare.

postato alle ore 01:38 | Permalink | commenti (1)
29/01/2004

per una libreria libera rivolgersi qui

postato alle ore 21:03 | Permalink | commenti (1)
27/01/2004

Allegria, si chiama così il bar del borgo. non puoi sbagliare, è lunico, sempre deserto. Entri dentro e trovi una ricciolona dal sorrisetto triste fisso, sola, pochi spicci di resto. Nella rocca non ci sono altri negozi, né circoli. Davanti e sotto, il mare. Dietro la tuscia, sotto sotto gli etruschi. Il suo fidanzato lavora per la nettezza urbana, sale su col camion, prende un caffè corretto tutti i giorni feriali alle otto e mezzo, poi scende a valle, per il melting pot. Antichi costumi locali. Il bar la sera si popola di vecchi, ricordi, personaggi. Cinque o sette, perfino. Una volta era una miniera, lì intorno, c'era pure la squadra di calcio poi hanno venduto tutto, chiuso con filo spinato e reti, oggi ai nuovi arrivati non frega nulla, null’altro che un buon satellite, un cane migliore, internet il parcheggio e l’antifurto.

L’altro ieri ha nevicato e il borgo si è alzato in volo, coperto di bianco silenzioso. Macchine spente, scomparsi i cani e i galli. Tutto immobile, anche i rami, gli uccelli, nessun rumore, voci zero. Tubature congelate. Il bar allegria più vuoto del solito, la testa tra le nuvole.

Mi piacerebbe adesso tuffarmi nel nero centro dei tuoi occhi furbi e ingenui che ancora sanno guardare oltre, come questa notte di stelle tranquille come genitori impigriti che chissà dove vorrebbe andare a parare, ora che pioggia e vento hanno spazzato via tutto e rimesso ogni cosa al proprio post

postato alle ore 03:00 | Permalink | commenti (10)
25/01/2004

vaffanno (và, un anno fa)

Stamattina, nuvolo e freddo. Mare color scaglia di pesce: grigio, una roba triste, disperata se non fosse perché è ... gennaio. Total grausam, direbbe lei. Che se ne intende, di grigi. Perfettamente stinto, di tutte le sfumature di grigio, dal quasi nero al bianco sporco, dall'opaco al lucido. Un pezzo metallico unico, squalluminio puro, senza un'increspatura che fosse una, la sua brava macchia tonda più chiara, riflesso di ciò che resta di un disco solare latitante. Un cuscinetto a sfera gigante schiacciato e spalmato orizzontale. Oggi il mare è un muro sordo. Record di seppie suicide. Indifferenza dei calamari. Torno a casa.

Devo studiare il da farsi col mio frigorifero. Fa un caldo opprimente, oggi piu' che mai, viene voglia di freschezza. Apro la sua porta, prendo da bere, la richiudo. Porco boia, sempre quel piccolo varco, quella perdita, nella guarnizione. Il frigorifero e' l'unico elettrodomestico di cui non vorrei assolutamente privarmi. Potrei fare a meno della tv (mi sono gia' allenato), del pc (userei quelli pubblici, e la penna), dello scaldabagno (una scusa in piu' per tornare in piscina, o a qualche altro sport regolare), perfino dei fornelli (bar e ristoranti mi mancate, sapete?). Non so invece immaginare una casa senza frigorifero, a meno che non sia un eremo, un rifugio in montagna, una tana destinata a chi voglia restare solo a lungo, o in due per una vacanza romantica. Il frigorifero non e' solo il posto in cui mantenere piu' a lungo le cose che cuciniamo, o che scegliamo accuratamente tra le altre prima di tornare a casa. E' anche la principale sorgente permanente di odore della nostra casa. Ogni casa ha il suo odore, caratteristico, unico proprio perche' e' impossibile che esistano due frigoriferi al mondo con lo stesso contenuto, alla stessa temperatura. Posti due frigoriferi gemelli della stessa marca in due cucine identiche sullo stesso piano di un palazzo, contenenti ciascuno solo un melone, uno di due maturati e colti nello stesso giorno, dello stesso peso, della stessa varieta', ecco che avremo - ancora - odori diversi per ciascun frigorifero. Cio' dipendera' dal ritmo di consumazione del melone, che cambia di casa in casa, o da altre interazioni ambientali: fatto sta che non si trovera' mai un odore di casa provvista di frigorifero uguale ad un altro, al netto degli abusi in deodoranti. Capirete quindi quanto sia importante l'efficienza della guarnizione della porta del frigo. Dovrò ripararla, se non altro per mantenere la mia privacy.

Che poi, oltre che conservare le cose buone e rinfrescare ed emettere tracce di sosta e transito nel mondo, il frigo fa un'altra cosa cui tengo, forse quella che piu' mi piace: mi tiene compagnia. Gia' solo con la sua presenza. E poi come supporto di ornamenti, fotografie, messaggi, disegni, cartoline, post-it, numeri. Lettere. Il frigorifero e' anche una lavagna, un'agenda, anzi di piu': un blog. E poi con il suo linguaggio. Non e' un rumore il ronzio del frigo, e' un vero e proprio idioma, piu' faticoso, lungo, trascinato, metallico quando e' stanco (sera), piu' chiaro e breve e brillante quando e' riposato, di buon umore. Se si impara con pazienza il linguaggio del frigo, ci si fa un sacco di discorsici, se si sa. La notte un bravo frigo tace e si addormenta, ronficchiando ogni tanto. Sempre che la sua guarnizione stia a posto. Purtroppo, non sempre e' cosi': e allora il frigo si sveglia, si lamenta, ti sveglia, ti lamenti. Ma ci sara' un rimedio, bisogna solo trovarlo.

Ogni frigo, infine, oltre ai led esterni ha la luce interna. Non una luce, ma la luce. Quella che allontana i mostri generati dal sonno, quella che quando apri la sua porta e guardi dentro, ti trovi come di fronte all'astronave degli Incontri ravvicinati, specialmente se fino a quel momento stavi dormendo. E' luce pura, fresca, semplice. Che si offre ed offre senza soffrire, anche quando il frigo e' difettoso.

postato alle ore 19:01 | Permalink | commenti (5)
23/01/2004

Un potente impulso erotico, diciamo pure: sessuale, giusto per non turbare nessuno nel dire: ricreativo, è ciò che normalmente si fa largo e lungo per almeno un paio di giorni dopo eventi eccezionalmente fausti o infausti, come un miliardo vinto al lotto o un grave lutto, non so se ti è mai capitato, spero di no, in ogni caso mi stringerò forte a te, ma non a questo volevo riferirmi, oggi, non su questo cercavo di riferirti, cara la mia tastiera, tra un impulso e l’altro, mentre lei sta lì che dorme, e dorme, e dorma, e neanche volevo raccontarti come io stia facendomi crescere barba&baffi, per vedere l’effetto che fa, e poi perché col nuovo anno vorrei cominciare bene: battere il record pelsonale arrivando a carnevale senza bisogno di comprarla, una maschera buffa, no, nemmeno di questo volevo dirti, bensì dei primi passi della nuova indagine, la più recente, guarda è proprio fresca di stamattina, quella sul caso Vaffanculo.

Devi sapere che fin dall’infanzia (tu ancora non esistevi) sono stato frequentemente circondato, talvolta raggiunto da un qualche vaffanculo vagante, forse quotidianamente in certi periodi, mutatis mutandis anche all’estero, nel sonno e sott’acqua. Non so se ti è mai capitato e che effetto ti fa o non ti fa, ma l’incontro con un vaffanculo a me personalmente imbarazza sempre, ora come allora mi lascia perplesso e mi fa sentire tonto, e sai perché? Perché non ho mai saputo cosa significa, vaffanculo. Letteralmente, non so a cosa né dove esattamente mi si manda, con quel sollecito, resto sempre indeciso sul da farsi, poi mi rassegno e continuo sul percorso precedente, sapendo però di sbagliare. Mentre con l’avanzare degli studii e dell’esperienza ho più o meno capito a quali eventi, situazioni, dinamismi, organi e interazioni rinvia l’etimologia di altri termini di saluto o commiato, vaffanculo tuttora mi resta un mistero: che significa? A quale Idea esattamente mira la traccia, il sibilo della freccia di un “vaffanculo” lanciato nell’iperuranio platonico? E non solo per il significato, ma già per la stessa struttura della parola il dubbio mi tormenta: contrazione della locuzione va’ a fare in culo [moto a luogo? stato in luogo?], ovvero va’ a fare un culo [compl. ogg.?], oppure va’ e fa’ [q.sa] ad un culo [f.? m.?] ? Insomma, dopo aver decifrato con testarda determinazione ben altre espressioni oltretutto dialettali, senza ricorrere al vile e comunque insufficiente dizionario, né ad altre facili ma semplicistiche scorciatoie elettroniche di recente invenzione, oggi ho dato finalmente il via ad una ricerca meticolosa, rigorosa, doverosamente sul campo, il campo in cui crescono e fruttificano rigogliosi i sonori vaffanculi, vivi e vegeti, mica solo stampati. E nel campo ho trovato i campioni, come in ogni seria ricerca condotta in vera piumadoca.

Sede: ufficio ente locale. – Secondo te, che vuol dire vaffanculo? –

Campione 1, Sabri: "(omissis, estirpo i preliminari superflui) Mah, forse, sai che non ci ho pensato mai? vai a cacare, magari"

Campione 2, Francesco: "(omissis) Sei scemo? ma vaffanculo, non rompere i co(omissis)"

Campione 3, Betta: "Come che vuol dire, vaffanculo vuol dire vattene, non rompere le palle, è chiaro no? vaffanculo vuol dire vaffanculo, mica vuol dire ciao come stai vuoi un caffè, scusa, è chiaro no? vaffanculo è vaffanculo e basta."

Te lo dicevo, la ricerca è solo agli inizi, ma vedi già spuntano da quella che era solo nebbia fitta le prime interessantissime prospettive di approfondimento. Ti terrò aggiornata. Se nel frattempo volessi contribuire con le tue intuizioni... te ne sarei grato, come al solito.

postato alle ore 02:37 | Permalink | commenti (11)
21/01/2004

Al cinema, Il ritorno. Era tanto che non ci andavo. Un film di Zvyagintsev, nome tuffo, protagonisti: due ragazzini, una madre, un padre, qualche comparsa. Tutti immersi nell’acqua, tanta acqua fredda. Vogo a vederlo in un tardo pomeriggio di pioggia, tanta pioggia fine e grigia. La sala 2 è semivuota: 4 coppie mature, forse padri e madri, comunque figli di chissacchì. Titoli di testa, nomi e interpreti di nomi, galleggiano su immagini d’acqua. Acqua nordica grigia e fredda, tanta, di mare e di cielo, tanta che fa dimenticare quella vera di fuori. Acqua buona per gite, amici, litigi, movimenti, scambi, elettricità, contatti, comunicazione, vita insomma. Il padre è solo. L’acqua la conosce bene, sono almeno dodici anni che ci si è abituato, lontano da moglie e figli, impermeabile all’acqua, indifferente al guizzo dei pesci, semplice e piatto come una barchetta. Tanti anni in mezzo all’acqua, senza cedimenti, prova a tornare a casa, esce dall’isola a modo suo. Fallisce: è destinato a restarci, in acqua. Salta su, andiamo, gli chiedono i due ragazzini. Lui non sente, anzi ordina: - Montate a bordo e seguitemi -, il catrame che gli tappa occhi e orecchie. Il catrame che lo aveva fatto sopravvivere fin allora, isolandolo dall’acqua, mantenendolo a galla.

postato alle ore 19:53 | Permalink | commenti (8)
17/01/2004

9. La lavatrice è sistemata fuori casa, tra i tufi del sottoscala. Al la carica. Si gira, entra in macchina, e si lancia contro il blu|grigio del cielo|mare, sempre lì ma sempre diverso, in discesa giù per i tornanti, da 320 metri di altezza. Ha insaponato a secco, impostato il prelavaggio e i 60 gradi: avrà un bucato pulito, spariranno anche le macchie di sangue. La prossima volta, pensa, userà un poncho usa-e-getta come quelli da stadio, oppure potrebbe ritardare di due secondi l’innesco nelle monete al nitroplastico, ma così rischierebbe di fallire parzialmente l’obiettivo. Meglio andare sul sicuro, e col poncho. Che poi è comodo anche nel momento di usare il telecomando. Arriva comunque in ritardo, come al solito, per lo scarico nani a scuola.

10. Al posto della solita edicolante si trova oggi un mercenario sconosciuto, evidentemente spaesato, annoiato, ignaro. Proprio come previsto. Al che ne approfitta, per congiungersi finalmente al calendario di Salgado, a quello della Bellucci, all’ultimo numero di Linus per quanto involuto e al penultimo di Micromega, senza dimenticare certe vhs e quei fumetti di repubblica in così trepida attesa. Il tutto, mentre aspetta impassibile il resto del centone con cui acquista il solito quotidiano da consumare in moto rettilineo uniforme.

11. Egregio Flores D’Arcais,

da tempo avrei da porti una domanda peregrina, cui confido avrai la gentilezza di rispondere in un raro momento di relax, ed è la seguente: tutti hanno sempre sbertucciato gli ex trotskisti e gli ex maoisti, sia allora che ora, ma come spieghi il fatto che dalle loro scarne fila siano usciti i due più influenti e seri direttori di organi di stampa su cui possa contare oggi l’opposizione alla cafocrazia berlusconsfascista? In attesa di un gentile riscontro, porgo resistenti saluti.

12. Al che, mentre aspetta il treno Percivitavecchia, in ritardo annunciato in ritardo, studia il movimento armonico dell’addetto alle pulizie. Un botolo tozzo, grasso ma abilissimo, brutto come un balzac o un toulouse-lautrec, come certi ballerini sorprendenti interpreti del tango figurato, come un john belushi lanciato nel gimmesomelovin’, come un pastiche delicatissimo, unico nel sapore ma di forma bizzarra, dunque un artista nel suo genere che mentre percorre il marciapiede tra i binari 2 e 3 lo spazza veloce con grande eleganza ed economia dei gesti da energumeno, distribuendo uniformemente tutto ciò che incontra nella discarica che più lo ispira, quella che corre parallela al filo dei ferri del binario 3, numero perfetto. Al che pensa alle magìe del movimento alternato, del pendolo, del pendolarismo, della pentola, che si chiama così perché una volta penzolava sul camino, appesa a un filo di ferro, e col fuoco giuocava. Al che pensa di pendere, non di pentirsi.

postato alle ore 15:02 | Permalink | commenti (8)
15/01/2004

5. Gli altri dormono, stroncati. Al che si risveglia nella camera dei nani, ancora vestito, e va al camino. Il fuoco è ancora acceso. Le braci rosse incandescenti, mature, morbide, il ceppo resisterà duro, poi af/fonderà. Se non ci fosse il fuoco del camino, a fine giornata, in cui lasciarsi andare, in cui bruciare i pensieri, scaldarli, purificarli, asciugarli. Un gallo canta alla luna, gli altri dormono. Prendetevi tutto il resto, ma lasciatemi il camino.

6. Il giorno dopo l’edicolante fa appena in tempo a consegnare il giornale e il supplemento richiesti dal cecchino, prima di esplodere, il pugno serrato sulle monete ricevute, vittima di una raffica devastante di starnuti partiti accidentalmente dall’interno del suo bomber. Suicidio, forse un attentato. Aveva in mente un piano kamikaze contro gli odiati lettori pendolari, ed ha agito troppo in fretta? Era incensurata, le indagini non escludono nessuna ipotesi. Nel suo nokia ricorre un nome, non nuovo agli inquirenti: pippo.

7. Cara Ileana,

tu sei davvero una persona speciale, ammesso e mai concesso che qualcuno di noialtri sia normale, se non in statistiche approssimative e confezionate su misura, come i sondaggi autopromozionali. Ti do del tu perché ti seguo da tempo, e perché non ti spedirò questa lettera. Tu non mi conosci, per quanto speciale non puoi ricordarti di tutti i tipi che incontri per caso al bar, né potresti conoscermi solo mediante queste tracce scritte. Non ci siamo mai presentati, ma come dicevo ti seguo da tempo, seppur saltuariamente: sui giornali, nel web, nel tuo lavoro, nelle liste elettorali (se non fosse stato per la tua presenza, avrei smesso da tanto di votare per il tuo partito). Ti scrivo oggi perché oggi tu hai scritto una cosa bellissima, sulla pagina locale del tuo giornale preferito, anzi peccato che fosse confinata lì, invisibile fuori regione. Un articolo che non è altro che la traduzione del tuo viso curato, dolcissimo e duro, dei tuoi occhi come li ho visti bene, oggi anch’essi, in una fotografia che ti sei concessa - con un po’ di narcisismo, ma è normale, anche nelle persone speciali - nel supplemento mensile di quello stesso giornale. Per ora finisco qua, questo è solo un appunto preso al volo a mio uso e consumo, di cui spero di ricordarmi il giorno che un capriccio del destino ci facesse scambiare due chiacchiere, anzi quattro, va'.

8. Al che ricorda una nonna, quella piccoletta dal naso da pugile che fece per un po’ la maestra elementare, diceva che gli occhi sono lo specchio dell’anima, specie quando voleva dire non mi freghi bello mio.

postato alle ore 00:33 | Permalink | commenti (5)
13/01/2004

1. Al che, lasciato il nano prima la nana poi ai portoni d’ingresso delle scuole, in ritardo come al solito, arriva alla stazioncina e si mette ad aspettare il treno per Roma, in ritardo come al solito. Eccolo al bar, che prende il terzo caffè, di cui non ha estremo bisogno ma che con la richiesta di un bicchier d’acqua serve a confermare un feeling unilaterale con la barista polacca, che tuttavia non grugnisce e non prende quella del rubinetto bensì s’inchina con grazia e versa la minerale del frigo, e poi sorride radiosa al buonagiornata, anche se in ritardo, come al solito. Ora esce, fa due passi e si ferma a due metri dall’edicolante, una sempre imbacuccata, anche d’estate, una ragazza triste come il freddo, e ‘gnorante come la fame, sempre meno di suo padre che trovi il pomeriggio, quando poi fa meno freddo, ma forse più fame. Trincerata dietro centinaia di copertine lucide schierate a testuggine, la piccola vedetta imbottita si vede adesso passare in rassegna le truppe, lentamente, e dopo un minuto di quello sguardo tra il vago e il non ti cago già crede di averla fatta franca e di poter tornare all’sms di pippo, quando improvvisamente il pazzoide le spara tra le orecchie, mentre sta per arrivare il treno: “lunità-anzinò-oggièlunedì-larepubblica, per favore. èuscitaL’Ortica?”. occhei, pensa lei, er tipo oggi sta normale, gnente allegati strani, cià puro l’euro spiccio, l’ortica è aggratis. Entra il treno in stazione, lui fa appena in tempo a dare un’occhiata alle prime pagine, lei si stringe sull’sms aggrappata a pippo, nello sciarpone avvoltolato infila un’ms. Al che, lui sale e passa in rassegna le schiere compatte allineate di fronti e nuche stanche, ancora stanche, già stanche.

2. Alla stazione Roma Trastevere ci sono un sacco di cicche tra le rotaie del binario 3, molto più che tra quelle del 2; l’1 e gli altri al confronto fanno pena. Migliaia di cicche, strati di generazioni di mozziconi di sigarette e sigari di tutti i tipi che si macerano nel pietrisco marrone tra le traversine del 3. Sul 3 passano i treni diretti a Roma Ostiense, sul 2 quelli in direzione contraria, diretti a Civitavecchia Grosseto Pisa, sull’1- il più vicino all’entrata - si va invece a Roma Termini. Aspettando sulla stessa banchina di quelli del 3, i viaggiatori del 2 diretti fuori Roma, verso il mare e verso il nord, sanno che si lasceranno alle spalle Viale Trastevere, la metropoli viva enorme eterna, il lavoro, le luci, il trantran, le vecchie e nuove avventure, e fumandosi ‘sto mondo e quell’altro volgendo le terga alla stazione buttano poi la cicca sul binario 3, come una miccia, in direzione nord-ovest-tramonto-mare. E’ solo un’ipotesi.

3. Spett.le Direttore,

da abituale lettore de L’Ortica mi dispiace dirLe che avrei fatto meglio a non prendere in mano il numero del 9 gennaio. Un’Ortica distratta, fumosa, confusionaria. Non mi riferisco allo scivolone di p.3, dove il servizio sul nuovo Pronto Soccorso annunciato nel titolo e in copertina (qualcuno dirà che la foto di Storace ha portato sfortuna) è sparito, sostituito da un resoconto sull’ordine pubblico (qualcun altro farà un collegamento con le turbolenze giovanili di Storace). No, quello è stato solo un vistoso errore tipografico. Ben più grave è la leggerezza con cui avete pubblicato a pagina 1 e 2 un articolo, a firma Loredana Cherubini, in cui – commentando la presentazione di un libro – si parla dei “ragazzi” fascisti di Salò come di “esempi di lucidità, di coerenza, di umanità, di coraggio”, come di eroi e modelli pari a quelli della Grande Guerra etc. Nelle prime due pagine di un organo di stampa non càpita spesso di trovare la recensione ad un libro presentato nella sezione di un partito politico: di solito, tanta evidenza è destinata da un giornale a notizie più stringenti, a cronache più clamorose. Ma soprattutto, non era mai successo che L’Ortica si riducesse a megafono acritico in mano a personaggi così tristi e nefasti, per la storia del nostro Paese. Su qualsiasi tema un giornale ha il diritto e, diciamo pure, il dovere di dare spazio ad ogni voce, compresa quella di individui fanatici che, fedeli al dittatore Mussolini e seguendolo fino all’ultimo, trascinarono l’Italia al periodo più vergognoso e luttuoso della sua storia. Non mi scandalizza dunque leggere, in corsivo e tra virgolette, qualunque opinione. Altro conto è assistere, su un giornale neutrale come L’Ortica, alle esibizioni apologetiche della signora Loredana Cherubini, che lungi dal fare giornalismo super partes si abbandona in prima persona a difendere ed esaltare fascismi vecchi e nuovi. Nel merito del libro presentato negli umidi locali di Alleanza Nazionale, una giornalista, voglio dire una vera, Simonetta Fiori, il giorno 10 ottobre 2003 pubblicò su un quotidiano romano un’intervista a Giampaolo Pansa. Eccone un estratto:

S.F.: Come spiega tanta violenza?

G.P.: "Intanto fu una reazione istintiva alla spietatezza degli occupatori nazisti e dei fascisti collaborazionisti. Non a caso tanto più feroce era stata l'azione di tedeschi e repubblichini, quanto più cruenta fu la ribellione. Senza contare le vendette personali: dietro molte esecuzioni, c'era una resa dei conti privata".

Riflettiamoci su. Per non dimenticare, davvero. Tanto Le dovevo, con i più cordiali saluti.

4. Al che, come al solito in ritardo, torna a casa, pensa se si dice arteriosclerosi o arterosclerosi o aterosclerosi, e dove dovrebbe andare poi l'accento.

postato alle ore 02:24 | Permalink | commenti (4)
10/01/2004

da l’UnitàRoma, p. IV-V. oggi

Apre a bracciano “La meravigliosa invenzione”

Alle 17,30: “Voces intimae”

Alle 18: “I voli dell’astrazione”

Alle 21: “Bosco interiore”

Alle 21: “L’orgasmo della mia migliore amica”

Alle 21: “Benessere”, fino al 1 febbraio

Alle 21: “Ti lascio hai capito? No!”

Alle 21: “Salomè!”, fino al 1 febbraio

Alla biblioteca raffaello: “Letture fuori orario” - “Grattachecca & Fighetto”

Alle 21,30: “Ortensia se ne fotte”, fino al 1 febbraio

A porta metronia: "Bistecche"

Alle 23,30: “Rosso fisso”

Al big mama: “Più bestial che blues”.

postato alle ore 23:21 | Permalink | commenti (1)
09/01/2004

Sei giorni chiusi in casa, così passarono le ferie tra natale e capodanno. Una grande mansarda presa in affitto al centro di Lian, una città che nessuno dei due conosceva. Non la conobbero nemmeno stavolta, e non perché fuori facesse freddo – non solo per questo. Il fattorino del bazaar di sotto avrebbe portato il necessario a domicilio alle dodici, eventualmente, bastava telefonare, ma non se ne servirono. In quei giorni fu necessario ad entrambi il solo stare soli, o insieme, il più possibile. Nessun altro incontro, nessun’altra faccia da vedere fuorché la loro. Non usarono il telefono, la tv, la radio, il pc. Nemmeno i termosifoni. In quell’appartamento, per sei giorni e sei notti, non una terza voce, non un odore diverso da quelli da loro amalgamati, nessuna fonte alternativa di calore. O meglio, si permisero il lusso del gas di cucina, di qualche candela e dell’acqua calda, ma dimenticarono i fogli, le penne, i libri sugli scaffali. Pur senza muoversi da quell'appartamento ben provvisto di ogni genere di viveri, sia lui che lei dimagrirono di due-tre chili. Forse per la scomodità di un interno senza cuscini e materassi: la mansarda ne era priva. La trovarono così, inaspettatamente, ma non tristemente, vuota di letti, di sedie, di accessorii intermedii. Però il parquet era pulito, le lenzuola e piumini sufficienti, il bagno a posto, la cucina praticabile. E tanto bastava. Del resto non stettero sempre avvinghiati tra loro. Se uno dei due si allontanava con la propria ombra, l’altro capiva e rispettava quei momenti. Questa buona intesa li aiutò, il settimo giorno, a lasciarsi.

postato alle ore 19:36 | Permalink | commenti (11)
03/01/2004

tanti auguri: hai compiuto 50 anni, tv. non posso dire tvb, perché oggi, ammettilo, fai un po' schifo. ricordi com'eri, mezzo secolo fa? una ragazzina dignitosa, fresca, prudente, ingenua, anche quando eri scorretta e faziosa, candida e divertente, pur se già ti vendevi al cliente di turno. guàrdati ora: stanca, annoiata, noiosa, nevrotica, truccata, volgare, sbracata, distratta, ipocrita. ipocrita lo eri anche prima, quando ostentavi ottimismo e fingevi di credere ad un futuro nazionale sereno, al successo di tutti, al progresso, alla solidarietà, alla chiesa cattolica, spacciavi ottimismo a milioni di poveri e di analfabeti, ma quella era un'ipocrisia diversa, molto diversa da quella con cui ti trascini oggi. oggi sei un'ipocrita arida, rinsecchita, senza idee nuove, cinica, deprimente. oggi non ci sono quasi più italiani che non sappiano leggere e scrivere, o che credano alle favole, così sai che non varrebbe nemmeno tentare, di avere una scintilla di creatività nelle tue finzioni. ti basta diffondere le bugie di chi ti paga - niente di più, niente di meno. il caso guzzanti è solo uno dei tuoi quotidiani inchini al padrone. qualcuno dice che tu trasmetti ciò che ti si chiede. proprio come una qualsiasi puttana, che obbedisce a chi ha più soldi di me. comincio purtroppo a credere che abbia ragione, fino a prova contraria finirò per crederci. Auguri mamma tv, ma oggi brindo all'uomo sulla Luna, a ItaliaGermania4a3, alla freccia nera, ai caroselli, all'odissea, al passato.

postato alle ore 23:27 | Permalink | commenti (9)
02/01/2004

maudits sonnants

Ieri, nel blu notte della prima sera dell’anno, dopo un primo giorno assolato, privo di nuvole, caldo, assonnato, appena sveglio, qualcuno avvisto' uno stormo di angeli migratori, tra campane e tamburi, sulla zona aerea di Piazza del Popolo. Suonavano e danzavano in abiti barocchi una musica celestiale, da carillon, volteggiavano sospesi su un’esile gabbia metallica a forma di fiore, tenuta alta in punta di gru come un merlettato fazzoletto di madama la marchesa. Tutta la grande piazza nel buio, e loro illuminati dai riflettori che spargevano sui nasi alzati non oltraggi da arpia ma crome d'arpe e cembali, dolci e lievemente dissonanti vibrate a ritmi ipnotici, e le ali si scambiavano misteriosi gesti lenti. Chissa’ che volevano dirsi, o dirci, in quel loro codice da stormo in viaggio. Poi volarono via, lasciando la piazza ai commenti. Ne riportiamo uno, colto a caso: "Teso’ stasera nun te faccio cucina’, se magnamo er resto der cotechino a lume de candela".

postato alle ore 21:07 | Permalink | commenti (1)