30/12/2004
misteri del blog. uno -quasi ne sentisse il dovere- trascrive una cosa, diciamo pure una poesia, diciamo perfino di brect, poi però si accorge che bè insomma, in fondo non era il caso, che è eccessiva, e prova a cancellarla, e non ci riesce, tecnicamente stavolta la procedura non funziona, il perché non si sa, il cancelliere si rifiuta, niente da fare, non è mai successo, in tanti mesi di servizio, davvero inspiegabile, cosicché la cosa resta là, post fuori posto, eccessivo, imbarazzante come uno starnuto in un andante con moto, come una cartolina natalizia kitsch nella corrispondenza di bertolt bretch.
postato alle ore 00:35 | Permalink | commenti (7)
20/12/2004
<(santana, borboletta)

Tra la raccolta delle olive e quella delle mimose, nell’apnea natalizia il pensiero va alle prime, ché le seconde saran scontrose.
“L’Oliva”, singoliare femminile: in Umbria chiamano così l’albero dell’olivo, che in effetti altro non è che una donna abilmente travestita da albero.
Anzitutto è donna perché quand’è il momento, e cioè poco prima di concedersi all’abbraccio del coglitore di turno, l’Oliva usa presentarsi nell’abito di rito, sexy ed elegante: una gonna larga, a vita bassa e con lungo strascico, tessuta di una trama a rete, sottile, resistente, intrigante. Si noterà che la gonna serve a contenere i frutti discendenti: ma questa è solo una funzione secondaria, con cui l’oliva unisce l’utile al bello.
L’Oliva dunque si presenta ai rapaci vestita di gonna; ma non senza slip. La mutanda viene indossata in corrispondenza della parte più intima dell’Oliva, dove la base del tronco si fende e si divarica, staccandosi dal suolo; una parte che in Umbria definiscono con una sottile metafora. “Mett’el lenzolo alla fica”, dicono durante la vestizione. Detta mutanda consiste di una coperta vecchia e gloriosa, in apparenza infilata lì per impedire la dispersione di qualche drupa durante la raccolta, ma in realtà imposta da una tradizione mediterranea millenaria.
L’Oliva, vestita, è dunque pronta a ricevere del coglitore gli assalti. Le lisce membra flessuose lo accolgono piegandosi al suo peso forti e pazienti, resistono alle spinte, secondano le pretese, di rado si sottraggono: ciò succede solo quando la violenza dell’intruso è eccessiva, così che egli merita, disarcionato, di schiantarsi al suolo insieme al ramo ferito. In Umbria, il ramo lo chiamano “la rama”, al femminile anch’esso. “La rama traditora”, dicono, ma è noto come il legno dell’Oliva sia uno dei più affidabili per chi voglia montarlo, epperò la nobile Oliva non è fessa: manda senz’altro a farsi fottere chi l’offende.
Aggrappato all’Oliva, avvolgendola in posizioni acrobatiche e a sua volta avvolto, l’incursore procede - in genere dopo pochi preliminari rozzi e veloci - subito allo scopo del suo interesse. Afferra le abbondanti chiome dai riflessi argentati, le scuote, le accarezza, le pettina e le spazzola, con passione, col rastrello, con le dita, una mano tiene una ciocca e l’altra la spidocchia, il coglitore si districa nel profumo umido dell’albero, e salendo e saltando s’innalza tra le rame, tira giù una pioggia di olive, finché al vertice emerge tra le fronde, si affaccia al cielo, e ancora avido si protende, verso l’ultima maliziosa bellissima impossibile rama: -accecato dal sole- perde la ragione e la presa, e torna a terra sfinito.
Il frutto dei suoi sforzi resta là, sparso sulla veste, tra foglie e fili d’erba. Costellazioni di olive a 360 gradi. Il coglitore le raduna muovendosi calmo, ora. Le tocca piano, attento a non schiacciarle con le zampe, ne accarezza le pelli, nere come occhi, marroni come capezzoli, verdi, viola, rosse, gialle, rosa. E’ una sensazione liscia, lucida, delicata.
Solleva i lembi della rete, raccoglie e incassa ciò che resta di quei lunghi minuti sospesi. Poi schiaccia tutto, e se ne fa cibo squisito.
postato alle ore 14:23 | Permalink | commenti (4)
15/12/2004
- Nei primissimi tempi
quando sia la gente che gli animali vivevano sulla terra
una persona poteva diventare un animale se voleva
e un animale poteva diventare un essere umano
qualche volta erano persone
e qualche volta animali
e non c’era nessuna differenza.
tutti parlavano la stessa lingua.
in quel tempo le parole erano magiche
la mente aveva poteri misteriosi
una parola detta per caso poteva avere conseguenze strane:
improvvisamente poteva diventare VIVA
e quel che si voleva che succedesse
poteva succedere.
bastava dirla.
nessuno poteva spiegare ciò.
era così, e basta.


racconto tradizionale inuit, traduzione dalla trad. in inglese di Edward Field


*


- che differenza c’è tra una fidanzata, un’amante, e una moglie.
al momento del culmine del vertice dell’acne, la fidanzata gli dice: “...ti amo...”,
l’amante gli dice: “...sei fantastico...”, la moglie gli dice: “...beige. sto soffitto lo farei beige”.


barzellett de la nuit

postato alle ore 09:26 | Permalink | commenti (7)
10/12/2004
prima o poi ti becco. il mondo è piccolo e ti conosco, non mi scappi. tu colla barba tra le mani, o mentre molesti qualche povero ragazzino. te lo liscio io il barbozzo, maiale. quando ti becco ti faccio un culo così, Platone, bruttostronzo. fanculo a te e alla tua ideologia malata, delirante, che ancora -ancora? ancora!- ci vorrebbe far credere alle cose immaginate, mica alle vere, ai sogni e non ai bisogni, ai graffiti e non ai graffi delle nostre grotte. maledetto il giorno che sei nato, Plato. con quella faccina stralunata nessuno ti prendeva sul serio, all’inizio. sembravi uno dei tanti pipparoli brufolosi del villaggio. solo per distrazione queel’ubriacone di tuo padre non ti consegnò al recinto delle vacche, al campo da arare, al gregge, all’uva da fermentare, sciacallo. scappasti dalla dòmina da far figliare, vagasti senza casa e per accademie, parlando e blaterando sei riuscito ad avere una lunga vita, vigliacco, a far parlare di te per millenni, hai avuto la faccia tosta di evitare il servizio militare senza restare tranquillo muto come tutti noi, per sempre, perché le tue cazzate sono passate di bocca in bocca, di mano in mano, di cervello in eccetera. libero di passeggiare qua e là, sbrodolasti per le vie e ai quattro venti le tue Idee visionarie, malsane, subdole: parassiti contagiosi a presa lenta e tenace. che pian piano, sistematicamente, hanno sostituito la Realtà dei Fatti, stravolgendola. porco, cominciasti a rovinare i primi uomini semplici e onesti, erano studenti lavoratori, bravi figli di papà che volevano imparare le virtù del reale, zozzone, non la tua realtà virtuale. non ti sei più fermato, brutto infame. ed ora stai là, vivo e vegeto, tronfio della tua barba pidocchiosa e deodorata, col tuo Mondo delle Idee hai invaso le enciclopedie, gli scaffali elettronici, le reti, infesti e infetti tutte le biblioteche, dai tempi di cassiodoro e per chissaqquanto ancora. domani e dopodomani no, vado a raccogliere le olive. ma un giorno o l’altro ci vedremo, farabutto. magari là nell’iperuranio, seguirò le tue idee e troverò il tuo id, la password, e finalmente pigierò delete.
postato alle ore 21:58 | Permalink | commenti (2)
07/12/2004
rassegna spamta

Alcuni giovani sono risultati positivi al controllo dell’etilometro e una decina di parenti sono state ritirate.
(6.12, La Repubblica, Roma Cronaca, p. II)

- E, se dobbiamo credere ai giornali, lei trova che le donne si impieghino particolarmente bene in cucina.
- Le donne là occupano un ruolo tradizionale, sono più serie. Hanno il senso della cucina, sviluppano un gusto nascosto e non perdono tempo con invenzioni maschili idiote come la Nouvelle Cuisine. Gli uomini in cucina sono semplicemente ridicoli.
- Scrive le sue canzoni più per gli uomini o per le donne?
- Per gli uomini.
- Com'è che ha tanto pubblico femminile?
- Le donne sono curiose.
(6.12, Der Spiegel, p. 160 - intervista a Paolo Conte)

A quell’epoca, ero ormai deciso a scrivere un romanzo sul sesso, ma non avevo ancora la trama, né il personaggio principale.
(2003, "Undici minuti", nota finale di Paulo Coelho)

postato alle ore 00:20 | Permalink | commenti (1)
04/12/2004
Il giorno dopo aver festeggiato il quarantasettesimo compleanno, come previsto, Pippi fece un lungo bagno caldo. Poi, senza asciugarsi né rivestirsi, uscì di casa e pose fine alla sua vita.
Non lo fece di nascosto o da sola, ma con l'aiuto dei familiari e degli amici più cari, che non la fermarono, rassegnati, rispettosi, pensierosi.
Da un pezzo avevano finito di protestare, spinti da tutto l’amore e il buonsenso possibili: Pippi era cocciuta assai e quando prendeva una decisione, piccola o grande che fosse, era come se fosse la decisione a prendere lei, e lei e la decisione diventavano un tutt’uno, e poi le due cose non si sarebbero separate senza l'intera consumazione, questo chi conosceva Pippi lo sapeva bene.
Claustrofobica dalla nascita, moglie e madre morigerata negli ultimi dieci anni, Pippi aveva da tempo deciso per la semieutanasia. Non avrebbe mai potuto sopportare la seconda metà della sua vita chiusa nella stessa gabbia agrodolce della prima, se non a prezzo d’impazzire.
Sentiva questa come una scelta intima, necessaria alla sua integrità, inevitabile. Sarebbe dunque scomparsa dopo la sua prima mezza vita, una pappa imprevista ma dai confini ormai troppo stretti, e prima di una seconda mezza vita perlopiù prevedibile.
Uno zac! e via. Lontano dalla nostalgia e dalle recriminazioni, dalle abitudini, dalle banalità sadomasochistiche, dal torpore, dagli automatismi, dai soliti capi, e capri, e spie e tori, via dagli scatti d’anzianità e al diavolo gli investimenti a lungo termine e il ricongiungimento contributivo.
Un colpo secco e indolore, dietro le spalle. L’arma da taglio: la porta di casa, questo l’aveva deciso subito. Rimase invece in dubbio, per alcuni anni, sul momento giusto del trapasso. Alla fine, ponderando i pro e i contro, Pippi stabilì il giorno giusto per andarsene. Avrebbe ridotto al minimo gli eventuali sensi di colpa: i figli non troppo piccoli, il gatto e il marito non troppo vecchi, la menopausa gestita all'insaputa dei condòmini, le piante di casa ormai in malora, un’aspettativa di vita di almeno altri 47 anni, perché no?, e altri 47 meridiani e paralleli.
Quella mattina di marzo Pippi dunque fece un breve sospiro, chiuse la porta in silenzio e tagliò la corda, nuda come la fece mamma sua. Fuori pioveva frizzante naturale, la pelle fremeva tra bollicine d’aria e odori della campagna. Si mise a correre a zigzag, urlò, indecisa se prendere i campi o il bosco.

postato alle ore 01:51 | Permalink | commenti (2)