28/05/2005

ed ecco che in tutto questo perder tempo, nel frattempo, nelle fratte, ecco che tornano le lucciole, intorno all'umido della fonte, di notte, al chiaro di luna. l'autista si ferma al bordo della strada, spegne le luci e quindi la radio, esce, nel buio alza lo sguardo e appare un chiarore d'emergenza da sotto una coperta di nuvole, è la luna, pigra, mentre le stelle sgomitano e trovano varchi per esporsi nel cielo nero, in un silenzio grigio interrotto solo da una forte puzza di piscio lentamente emerge un suono di foglie spazzolate da vento gentile, fruscìo che poi sfuma e cede allo scroscio della sorgente d'acqua. e lì intorno, il balletto di lucciole sorridenti che sculettano e mostrano i loro lustrini. puntuali all'appuntamento si parlano mentre ammiccano al toro, salutano il granchio, dopo qualche minuto decidono che il più brutto dei gemelli è però il più simpatico, e se ne vanno. l'autista guarda, beve e riparte, soddisfatto, puntuale anche lui come ogni anno.

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25/05/2005
Intercettiamo e pubblichiamo. Il prossimo Natale è tra 7 mesi, non si sa mai.

raccomandata

Spett.le Comune di Roma

Con la presente, chiedo aiuto riguardo la mia situazione familiare. Risiedo presso una famiglia che gentilmente e cortesemente mi ha accolto, ho mia moglie che è in attesa di un figlio, mi trovo in difficoltà visto che lavoro come parcheggiatore davanti al Supermercato di Viale Yyyyyyy e le mie possibilità economiche non mi permettono di pagare un canone di affitto, Vi chiedo gentilmente prendere in visione la mia situazione e accettare la mia domanda per un alloggio qualsiasi e in qualsiasi zona di Roma.
Grazie

Mohamed H.A.

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24/05/2005

di gessi

Al di là dei treni e dei giochi, oltre i cani e i vagabondi, il bambino trova un grande, luminoso, affascinante supermercato GS. Legge correttamente gas sul neon, stavolta non scambia la S per un 5, e punta l'ingresso. Lì dentro, Al lo sa, si perderebbe tra le superfici delle supermerci esposte, resterebbe chiuso in trappola nel labirinto delle superetichette colorate in un corsivo indecifrabile, ma non riesce a sganciare il carrello, si salva e prosegue la fuga. Al continua a seguirlo, a distanza. Il parcheggio è vuoto, in fondo al muro del GS si può quindi vedere una strana scultura bluastra: due magre figure arcuate, una maschile una femminile che si tengono, si tendono e formano un cerchio al cui interno sono impilati alcuni oggetti simbolici, a firma di Alberto Ricci. Creatore, significato e movente della creazione sono descritti su due articoli di giornale incollati sul muro, fotocopiati, sbiaditi da tre anni. Lo scultore viveva là, spiega un anziano signore col foulard al collo sbucato da dietro il totem blu, nell'ultima casupola rimasta in piedi dopo la distruzione dell'antica casbah di Via delle Fornaci, e lì era anche il suo laboratorio. Al non fatica a credergli: una mostra permanente di prove d'autore bassorilievi incisioni è offerta al passante, saldata lungo tutto il perimetro dell'abitazione, con prevalenza di maschere e visi in gesso. Teste di vecchi, busti di donne, profili di bambini... ma dove c...

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23/05/2005
perdite(di te)mpo


ti ho ignorato
invece di vederti
ti ho visto
invece di leggerti
ti ho letto
invece di scriverti
ti ho scritto
invece di parlarti
ti ho parlato
invece di incontrarti
ti ho incontrato
invece di guardarti
ti ho guardato
invece di baciarti
ti ho baciato
invece di prenderti
ti ho preso
invece di amarti
ti ho amato
invece di lasciarti
ti ho liberato
invece di ignorarti
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12/05/2005

Venite rondini e / bimbi siate qvi i benvenuti risvoni / qvi sempre / il / vostro gridio lieto / le rondini / rallegrano il / tetto e i bimbi la casa

 

Al prende il resto, lo conta, guarda intorno, e poi racconta. Le silenziose porte scorrevoli dell’atrio si sono (aperte e) richiuse, un forte odore di tiglio riempie il vuoto lasciato dal figlio, ma non basta, le porte si riaprono. Al uscendo dalla stazione trova: una piazzola piena di motorini, un autobus pieno al capolinea di gente che aspetta rassegnata o impaziente qualcuno che se la porti via verso San Pietro, e un cane senza parenti né preti né padroni apparenti. Quando sei nato non puoi più nasconderti, legge su un manifesto pubblicitario. Al contrario, pensa che solo dopo essere nati ci si può nascondere, bene o male. Il figlio si nasconde sempre meglio. Il padre segugio prosegue le indagini più in là, nei giardini pubblici. Tra le panchine e le bottiglie di birra vuote infine vede il figlio che beve alla cannella di una fontana, la stessa dove berrebbe il cane, teme Al, e con questo caldo i cani bevono un sacco, inorridisce. Il figlio finisce di bere, poi affronta da solo la rampa dello scivolo. Sorpresa. Insieme al padre non aveva mai osato tanto, si fermava sempre al terzo gradino per chiedere aiuto. Al che rinuncia a prendere il treno previsto, che come previsto arriva alla stazione in quel momento. Decide di continuare a seguire il figlio, ma con discrezione, senza precipitarsi a raggiungerlo, per vedere dove va e che cosa fa, invece di mettersi a cercare il padre. Dopo la fontanella e lo scivolo, il piccolo saggia le virtù dell’altalena. Si dondola a lungo e in profondità, ancora una volta fa tutto da solo, non chiede spinte, fino a comporre un arco di quasi 180 gradi, roba da matti - era da tanto che Al non provava quel batticuore, dagli anni sessanta ai giardini del villaggio olimpico, quelli dove imparò ad andare in bici, e c’era un’altalena altissima e altre con le stanghe rigide di ferro, e su quelle i più coraggiosi riuscivano a fare addirittura il giro completo, se ricorda bene, sì crede di ricordare così, si poteva fare tutto il giro di 360 gradi non seduto ma in piedi, per una rincorsa più potente, o forse no, sta fantasticando, non era possibile, col tempo può succedere di confondere ricordi e vecchi sogni, comunque sulla pista di pattinaggio di quei giardini imparò ad andare in bici e la prova è quella cicatrice sul mento che porta ancora e che ogni tanto gli fa inciampare il rasoio e butta sangue come quando andò a sbattere sulla ringhiera della pista con la legnano rossa perché aveva appena imparato a pedalare senza rotelle ma non ancora a frenare, era così contento di avere attraversato tutta la pista in bici che non aveva pensato a questo, e vedeva che andava dritto a sbattere contro la balaustra ma non poteva farci niente, porc... ma dov’ è andato...

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04/05/2005

Sovra il babbio Al e intorno ad alcuno de’ suoi maggior cruccî, la manutenzione dei figli.

Nel senso che fatica a trattenerli, quando li porta con sé: spesso li perde di vista, li smarrisce. Qua e là. Spesso ma non volentieri, va detto, povero Al. Fatto è che se li perde per strada. Di solito: nell'auto parcheggiata, nelle stazioni ferroviarie, oltre il giardino di casa, all’uscita di scuola, all’ospedale, al teatro dei burattini del Gianicolo, nelle sagre di paese, il sabato nell'ipermercato, e sulle spiagge le domeniche d’estate. Ogni volta rischia l’infarto. Tachicardia e adrenalina in dosi micidiali. L’improvviso e misterioso allontanamento di un figlio, da altri padri previsto e accettato come evento naturale, da taluni in fondo desiderato, getta invece babbo Al in crisi ansiogene terribili: angoscia, rabbia, panico, rimorso, incertezza, vertigine, senso di inettitudine, di incapacità a svolgere il ruolo paterno, sudorazione, avvilimento nel vedere la sua autorità elusa, gabbata da minori in grado, oppressione, paura, horror vacui, fame, tremenda umiliazione del cercare altoparlanti o forze pubbliche, noia. I figli: i gioielli, la luce dei suoi occhi, occhibbelli de papà. Perderli, fa uscire di testa l’amico Al. Lui così misurato, razionale. Ma distratto. Basta un semplice capannello, due minuti di chiacchiere al bar. In coda alla Posta. Qualcosa o qualcuno rapisce la sua attenzione, e subito scompare uno dei suoi tesori. Succede da anni. Non può farci niente. Una dannazione. Lui si sente ormai un malato, senza speranza, un giocatore incallito che perde alle corse una scommessa sempre più alta... e non riesce a smettere. Poi, come per miracolo, ogni volta, il bimbo riappare da qualche angolo insospettato, nel bel mezzo delle indagini e delle maledizioni. Eccolo là, il piccolo, tranquillo e sorridente nell'occhio del ciclone, ignaro delle colpe dei padri, delle nevrosi del mondo. Col tempo, poi, il tesoro cresce: diventa sempre più abile e veloce. L’ultima volta, stamattina. Al arriva col pargolo alla stazione San Pietro, va a comprare i biglietti. Mentre fa la fila, non può fare a meno di notare la semplice eleganza della matita che trafigge la crocchia di capelli dell’impiegata, come un surf infila le onde dell’oceano. Riflette sull’incongruenza del paragone: difficile volare da un cavallone all’altro in equilibrio su un palo. Forse aggrappandocisi abbrancandolo come un naufrago, disperato, indecoroso, certo non in pose plastiche da eroe su piedistallo. E poi, quanto resisterebbe una lingua di legno, un tagliacarte, tra il mutevole evolversi delle lucide chiome femminili? Del resto... - Il resto, signore. - Ah sì, grazie. Ma porc… dov’è andato...  

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