25/08/2005

Oggi, si assiste alla prima giornata di agosto fatta come una giornata di agosto dovrebbe essere: solare, fresca all'inizio e alla fine, calda tenera fino ad essere torrida nel mezzo, accogliente ma riservata, tersa ma vaga, inquietante ma rassicurante. Ieri, invece abbiamo letto da qualche parte la frase una donna ha bisogno di un uomo quanto un pesce di una bicicletta.
Pare che sia un antico proverbio di epoca femminista, ma fino a ieri ci era sfuggito. Si vede che sotto il sedere e tra le pinne delle nostre donne andavamo troppo veloci, od eravamo troppo distratte. Del resto non ci e' facile leggere qualcosa di diverso dai segnali stradali orizzontali, mentre una madre ci pulisce il sellino, mentre una sorella ci buca una gomma, o durante tutto il tempo in cui una fidanzata ci precipita in discese da infarto, o nelle lunghe tappe spartane e desolate in cui una moglie ci trascina, per non parlare delle notti insonni imposte dalle figlie gregarie in fuga, con le dinamo dei fanalini che alla quinta notte in bianco si rompono, madonna come si rompono. Riuscire a leggere i cartelli verticali, tra un tour e l'altro (ora siamo sulle strade di Berna), gia' sarebbe grasso che cola.

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14/08/2005

sì ho fretta, mi manca il tempo, ogni giorno - la notte dormo - per fare tutto quello che devo, e che voglio, più i miei interessi, più gli imprevisti e le probabilità, e non ho ancora visto quei film né letto quei libri né ascoltato come dio comanda quei dischi né annusato quelle donne né sono ancora stato in america del sud né in cina né ad helsinki né a cala di volpe, e non mi frega che ne parla la tv ogni giorno - la notte dormo -, io voglio ancora andarci a vedere, in cina ad helsinki e a cala di volpe, perché le cose che voglio o devo fare mi piace farle bene, e con calma, e per questo non ho mai tempo e ho sempre fretta, sì ho fretta ma la la vapiatti, ascolta: la tua ma le de tta la va pia tta             no             non entra in casa mia. non ti preoccupare. ai piatti ci penso io. li pulisco io. ogni giorno - la notte dormo -. stai tranquilla. non ti devi sentire in colpa. e non guardarmi come fossi un matto. o un ecologista. a me, fare i piatti piace. mi piace fare la schiuma con l'acqua calda, bollente. immergerci le mani, specie d'inverno, per poi sciacquare con l'acqua fredda, come alle terme tra calidarium e frigidarium, le dita che si ritrovano lì a mollo e tra i vapori cominciano a parlare del più e del meno, tra loro e con me, i metacarpi si rilassano e le unghie si puliscono da sole, e ci si racconta le ultime notizie, si commentano i fatti del giorno, ci si fa un bilancio e un programma-obiettivo della giornata trascorsa e di ciò che ne resta. ci si sente una cassetta, le dita ed io, un cd, ci si sente. la radio. ho sentito molta più buona musica facendo i piatti che altrimenti. ci si sente in piedi tutto il calcio minuto per minuto, molto meglio di quelli che il calcio seduto mentre una lavapiatti ronza. mi piace fare i piatti perché mi concentro, decido razionalmente ed eseguo un piano industriale di detergenza/risciacquo di a) portauova bicchieri e tazze - con le posate già a sgrassarsi sul fondo del lavello b) piatti impilati in sequenza conica - i più larghi in basso, poi i piatti fondi, i piattini e le ciotoline in alto c) cofane, pentole, padelle e mestolame vario d) teglie graticole e tielle, senza tuttavia che l'ottimizzazione dei modi dei tempi e degli spazi esecutivi impedisca alla fantasia di prendere il volo, anzi. certe volte lavo i piatti in silenzio. mi dimentico di accendere qualche attrezzo acustico, poi quando mi accorgo del silenzio lo trovo gradevole, una cosa buona e giusta, e non lo interrompo. continuo a lavare i piatti in silenzio. o meglio, tra lo sgocciolar del rubinetto. il fruscìo della schiuma. i gorgoglii, le sciabordate, gli scrosci dell'acqua. lo scampanare dei bicchieri, il tintinnare delle stoviglie, lo snaccheramento dei piatti, deposti uno sull'altro sfalzati, ancora caldi, ad asciugare. fare i piatti è una performance, un'esperienza estetica. non di rado, lavando i piatti si arriva all'estasi. e tu?

tu mi parli di sterili, impermeabili, frigide, rumorose, cacofoniche, alienanti, nevrotiche, sporche, lavapiatti.  

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11/08/2005

una traccia volle lasciare, la bandierina piantare: le regalò una collana, presa al volo dal venditore ambulante - per decine di chilometri quel giorno si stava trascinando, lento ma in tempo per consegnar la collana al crepuscolo della sera e dell'amore loro.
sulla spiaggia tutto il pomeriggio avevano parlato - tanto, ma tanto, evitando il punto di fuga del loro quadretto, evitando di guardarsi negli occhi. le indossò la collana, per provarla e finalmente scoprire il colore scelto dalle sue iridi per quel giorno: un neroblu cozza.
il segnale lei ricevette - con un punto più interrogativo che esclamativo dicendogli grazie.
il resto seguì, più una sorpresa - tornati a casa, notarono che alle due piccole calamite della chiusura magnetica della collana restavano appesi alcuni granelli di sabbia ferrosa color neroblu, ennesime bandierine, omaggio della ditta.

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10/08/2005

femore di mammifero ritorno di fiamma schizzo tirrenico pugno chiuso lapillo solidificato tronco di coniglio torturato scuoiato grigliato quintessenza di supplì zoccola dura cacata di mammuth caffè dell'alba bestemmia pugliese nuvola di autunno tumore di colon meteora bizantina male di zione mouse di alieno urlo di gioia antico ricordo tramonto ambrato surgelato dimenticato arnese disseppellito tuffo carpiato flemma britannica colata di malaga mantecata rabbocco di olio motore vecchio rancore anima di architrave

... 

legno d’ulivo

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09/08/2005

che già quando la pronunci come parola una bomba ti intristisce, appesantisce il viso, gonfia le guance, ti blocca i muscoli del sorriso. mentre invece sarebbe così facile, essere felici. per esempio, il fratellino del mio figlioccio è sempre stato felice, fin dalla nascita. si chiama felix e ride sempre, anche quando piove per quattro giorni di seguito. ha due grandi occhi celesti, ma pure due incisivi superiori così enormi e bianchi che oscurano il resto, e quando corre e ride ti sembrano due abbaglianti, tu prosegui perplesso e dopo un po’ se non incontri l’autovelox nascosto ai lati sei sicuro che era felix. naturalmente non basta il nome augurale, a far felice una persona. per esempio, basti pensare al destino infame di josé feliciano o alla maschera malinconica di felice gimondi, si fossero chiamati josé cardoso e gustavo gimondi nessuno avrebbe avuto lo stesso da ridire o da ridere. felix è un bambino più felice di tanti altri, ma tutti i bambini in genere sono felici, o predisposti alla contentezza, o comunque facilmente accontentabili, perché loro non hanno dubbi né scrupoli, tra una facile felicità e le possibili alternative puntano senza esitare alla più facilmente raggiungibile felicità. poi cambieranno, diventeranno adolescenti e scopriranno i piaceri del sacrificio, le delizie della rinuncia, l’ebbrezza della rincorsa per il salto più alto, il gusto della vittoria, quello della sconfitta, quello della parità, che li porteranno ad essere riflessivi, calcolatori, finalmente adulti. ma intanto i bambini se la godono, e a ferragosto si divertono alle spalle e sulle palle dei grandi che ai bambini si arrendono, che si rassegnano a proteggere la loro fragile felicità, e rinunciando alle traversate in solitario oltre le familiari colonne d’ercole danno fuoco al barbecue con la diavolina, gli adulti che cercano nervosamente di innescare almeno quel detonatore, infelici e contenti

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03/08/2005

ciao, marzia

" Bologna, 2 agosto 1980.
dovevo compiere di lì a poco 9 anni.
non ero ancora partita per le vacanze.
mattinata in piazza con gli amici, a giocare a freesbee , abbastanza
lontana
dallo scoppio da non avere memorie sonore.
verso l'ora di pranzo capisco che è successo qualcosa, anche se non si
sa
molto,
qualcuno dice che è scoppiata una caldaia verso Galliera.
Poi arriva la raggelante notizia dello scoppio di una bomba in
stazione.
chi era andato a curiosare tornava con gli occhi sbarrati e pochi
commenti.
noi ragazzini non potevamo uscire, al massimo giù nella via, ma sempre
sotto
l'occhio vigile dei genitori (con questa tenera convinzione di poter
prevedere
un attentato, così, con lo sguardo)
ricordo la "conta" dei miei genitori: un terribile sforzo per
ricordarsi fra
parenti e amici chi era in partenza e chi no, telefonate su telefonate.
senza
cellulari non era così semplice trovare tutti.
ho conosciuto in seguito testimoni dell'accaduto, e nel mio archivio
mentale i
loro racconti sono conservati vicino a quelli della grande guerra di

mio nonno
e del signor Gastone.
fu un altro episodio di quella mia infanzia, in anni così strani, in
cui
c'erano
dei giorni in cui non potevamo andare a giocare in piazza s.francesco
perchè
c'era una manifestazione, ed era pericoloso. anni di cui ancora ricordo
il
pizzicore fra la gola e il naso dei lacrimogeni; le corse nel pratello
della
polizia, e gli anziani spettatori con le mani incrociate dietro la
schiena che
sorridevano dicendo "stavolta quelli di radio alice non gli
scappano...". anni
in cui tutti mi chiedevano "ma sei parente di Francesco Lorusso?" e io
che mi

inorgoglivo e dicevo di sì, poi mia mamma mi raccontò cosa gli era
successo a
quel Francesco, e allora dopo dicevo sempre di no, terrorizzata che mi
facessero secca solo per omonimia.
anni che sono passati in fretta e di cui mi ricordo solo le ferite,
quasi mai
le
dolcezze.
Scusate l'OT, ma sono così stanca ogni anno di sentir parlare di questa
nostra
ferita solo pesando i fischi della folla il giorno della
commemorazione.
stanca di sentire Kossiga dire minchiate.
stanca di vedere sanguinari assassini condannati a 6 ergastoli e 218
anni venir

serenamente invitati ed applauditi quali "testimoni di quegli anni" a
manifestazioni politiche.
e mi immagino che chi ascolta ogni 2 agosto la breve cronaca nazionale
sulla
consueta giornata di commemorazione delle vittime, e vive a milano, a
roma, non
ne colga fino in fondo il senso e il bisogno di verità, grazie a questa
magnifica informazione nella quale siamo invischiati.
a chi interessa, qui
http://www.caserta24ore.it/comunicati/comunicato.asp?id=7202&tt=Comunicati
c'è il discorso passionale di Paolo Bolognesi (presidente del comitato
familiari
delle vittime).

ciao, buona estate.
malo
 "

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