Non ci torna piu', al campo di calcetto. Basta. Eppure giocava bene, si impegnava, si divertiva. Certo aveva molto da migliorare, non era mica un enfant prodige, e infatti in tre mesi - dalla prima lezione di calcio - aveva fatto molti progressi. Anzitutto, aveva finalmente scoperto le regole. Tracciati i confini del lecito, aveva poi capito come muoversi per raggiungere il risultato: individuale, ma anche quello di squadra, il piu' importante. Si muoveva in attacco sempre meglio, cercando gli spazi vuoti, per poi tornare in fretta a difendere la propria porta dal contropiede avversario. Aveva ormai imparato a correre tutta la partita, a tirare al momento giusto, a non stancarsi. Si' che si divertiva, cavolo. La stanchezza e la doccia a casa, la sensazione di aver dato il massimo. L'unica cosa che non andava: l'intesa coi compagni di squadra. L'unica, ma fatale. Dapprima non ci faceva caso: nelle prime lezioni nessuno si conosceva, ognuno giocava per se'. Poi pero' i compagni crescevano in fretta, emersero le personalita': quello bravo che non passava mai la palla ma pretendeva il passaggio, quello bravo che se la andava a conquistare e poi la passava, quelli meno bravi. Lei era brava, e passava quasi sempre la palla. Ma nessuno gliela passava. Perche' era l'unica ragazzina tra i tanti maschietti, e a dieci anni c'e' gia' una certa differenza, e diffidenza. Quando cominciarono a sostituirla per far entrare compagni di squadra piu' scarsi, ma maschi e stanchi di stare in panchina a vederla giocare meglio di loro, decise di andarsene. Ricomincera' a giocare, certo. Non ha rinunciato ad attaccare, a difendere, a divertirsi: ma solo se e quando trovera' nei dintorni una squadra femminile.

Sabato 4/3