quell'hostess sul volo Roma-Francoforte che mima ormai meccanicamente - con gesti da automa, in perfetta sincronia con le sue colleghe - ciò che la voce registrata dice a proposito di uscite di emergenza, giubbini di salvataggio e maschere per l'ossigeno, ieri sera aveva occhi che guardavano più lontano del solito, cioè qualche metro oltre la fine del corridoio, e mentre gesticolava pensava: "e se davvero stavolta dovesse accadere, e se riuscissero a recuperare il mio corpo, dove mi piacerebbe essere seppellita? nel paese mio e dei miei genitori? in quello della compagnia aerea? in una grande città, o in un piccolo villaggio? o in campagna? o magari in un posto di mare? o nel posto in cui precipiteremo, qualunque esso sia? o nel paese del mio inconsolabile Alberto? e che ne sarà di lui? si sentirà libero di trovarsi un'altra? o vorrà convivere per sempre con ciò che resta di me, col ricordo di me, e con quel vago senso di colpa che ha ogni volta che devo lasciarlo per andare al lavoro, perché lui non riesce a trovare un impiego migliore, un lavoro che gli permetta di dirmi, finalmente, con orgoglio: "Adesso puoi smetterla di volare amor mio, non vedi che basto io, sposiamoci, scegli la casa che vuoi", e se davvero ciò accadesse, che casa vorrei, e dove? in una grande città, o in provincia? col giardino o senza? o in campagna? magari in un posto di mare?". Mentre il pilota accelerava i motori, la voce poneva fine alle congetture: "Signore e signori, vi auguriamo buon viaggio".
prova colori
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Quel giorno -faceva freddo- un lungo vento caldo inizio’ a frullare improvvisamente tra le due ruote, e sospinse le gambe magre che presero a mulinare, e raggiunse i capelli, che si mossero assieme a tutto il mondo. Un vento denso, corposo, potente sosteneva la bicicletta la rendeva leggera, fluida, e sopra il sellino faceva volare Ali: un bambino emozionato, stupefatto del suo riuscire a domare l’animale ferroso, la forza di gravita' e la terra dura, vincendole. Il suo batticuore aumentava con i metri di strada guadagnata, d’istinto voleva voltarsi indietro per comunicare la sua gioia, al padre rimasto alla base di lancio, ma doveva controllare la direzione di guida, e allora andava avanti a zigzag limitandosi a urlare al vento sorridente, davanti a se’, con voce rotta e felice: vocali consonanti scomposte a caso, turbinanti, allegre, ali leggere della sua prima volta in bicicletta.
(un omaggio a Dove Bradshaw )
al tare della patria
ci son sempre più cose che fan bene, che riconciliano col mondo (malgrado l’immondo ingombro di schifani di pansa, di storaci e di cuffari, di meloni di mussolini de gregorio. ché la sciatteria del nuovo che avanza è perfino superiore al vecchio che rimane: i discepoli trasgressivi e ingrassati hanno ormai superato i maestri smagriti, il cinismo di andreotti e l’isterismo di cossiga impallidiscono di fronte alle metamorfosi di ferrara e platinette, il romanesco becero da mercato di funari lascia il posto al romanesco triviale da ipermercato di giorgia meloni, vice presidente di una camera in svendita all’asta, affrettatevi offerta spesciale. una cafonecrazia che impone di andare al pubblico incanto portando la propria accozzaglia di griffe senza nemmeno più il pudore di nascondersi dietro gli occhialoni neri megascreen. il livello medio di dignità umana è sprofondato all’inguine, trabordano i sederi e i loro derivati, e diventa quotidiana la ricerca di un angolo di pace, un minuto di silenzio, una preziosa boccata d’ossigeno), come ieri i colori e le parole di Henri Matisse e Pierre Bonnard, riscoperti al vittoriano, mentre vicino sfilavano due cortei anch’essi densi di colori e parole, uno di lavoratori precari, l’altro di eterni studenti. Henri e Pierre, per dipingere a tempo pieno, lasciarono perdere i loro studi e lavori giurisprudenziali e divennero amici.